music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

benjamin_finger_pleasurably_lostBENJAMIN FINGER – Pleasurably Lost
(Eilean, 2015)

Con le loro misteriose derive rumorose e sintetiche, le due pubblicazioni realizzate lo scorso anno da Benjamin Finger (“The Bet” e “Mood Chaser”) avevano rappresentato l’ultima conferma in ordine temporale di come l’artista norvegese non possa considerarsi un compositore tra i tanti, attestandone l’ampiezza dello spettro creativo in ambito musicale ben al di là del semplice neoclassicismo.

In qualità anche di regista e fotografo, Finger coltiva l’attitudine a cogliere i dettagli, ad offrire prospettive inusuali ai fruitori delle sue opere, che non a caso paiono prendere vita, mutando forma in continuazione. Tale carattere trova nel suo sesto album “Pleasurably Lost” sintesi ed estrema amplificazione, sotto forma di dieci brani ricchi e sfuggenti come non mai, che pure gravitano e si sviluppano intorno ai cardini di sotterranee costruzioni cameristiche di volta in volta completate da elementi eterogenei, da field recordings e minuti detriti sonori a suoni acustici, da stranianti distorsioni ad armonie vocali mai così ricorrenti.

Ciò impone un elevato livello di attenzione nell’approcciarsi a “Pleasurably Lost” , lavoro nel quale Finger si dimostra innanzitutto capace di plasmare le proprie composizioni in maniera tale da portarle, spesso, in territori distanti dalle loro stesse premesse. Basti prendere l’iniziale “Diamond Earth”, che si apre con una melodia propriamente cantata, presto spazzata via da disturbi elettronici interpolati da note pianistiche e infine sublimata negli eterei vocalizzi di Inga Lill Farstad. Oppure i distanti loop vocali di “Optical Senses”, tra le cui irregolarità si colgono echi nebbiosi e arpeggi acustici degni della malinconia rurale di The Declining Winter; o ancora la graduale costruzione armonica di “Pleasurably Lost”, che riconduce a unita frammenti e rumori sparsi scanditi dalle vibrazioni del glockenspiel.

Nel riempire i propri brani di dettagli puntiformi e snodi compositivi talora sorprendenti, Finger non segue mai uno schema ben preciso, bensì mescola in continuazione gli elementi, in modo tale da ottenere un risultato continuamente cangiante. La sola serenità delle note pianistiche sospese (che a dispetto del titolo trova l’apice in “Pleasurably Lost”), la spettrale impostazione cameristica alimentata dal violoncello su “Phony Disaster Of Laziness” e “Do Widzenia” e le stranianti torsioni cosmiche affioranti in quasi tutta la seconda parte del lavoro costituiscono sono alcune delle direttrici sulle quali l’artista norvegese costruisce la sua ambience mutevole, impressionistica e sempre contraddistinta da trame armoniche carsicamente presenti anche nei passaggi in apparenza più disagevoli.

Quella di Benjamin Finger continua dunque ad essere una declinazione estremamente personale e non stereotipata dell’ambience neoclassica, riassunta in un microcosmo sonoro tutto fuorché banale, nel quale smarrirsi molto piacevolmente.

https://www.facebook.com/pages/Benjamin-Finger/

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