music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

#musictosave #001

Come anticipato nell’ormai abituale “rearview mirror”, la scarsità del tempo materiale per l’ascolto e per la scrittura, a fronte dell’enorme mole di musica in circolazione, impone una almeno parziale riconsiderazione delle modalità attraverso le quali i dischi vengono presentati su queste pagine.

Dunque, alle recensioni tradizionali si affiancheranno d’ora in poi, con cadenza irregolare, brevi appunti collettanei su una manciata di dischi che non sarebbero stati trattati altrimenti. Non si tratterà di una scelta di livello qualitativamente inferiore, bensì dettata dal desiderio di non lasciar passare del tutto sotto silenzio lavori comunque meritevoli.

Il primo appuntamento è dedicato, non a caso, al recupero di alcune uscite dello scorcio finale dell’anno appena trascorso.

AARON MARTIN – Test Subjects (Original Score)
(Self Released, 2019)
Dieci brani in poco più di quattordici minuti: questo l’accompagnamento sonoro realizzato da Aaron Martin per un cortometraggio di Alex Lockwood. Nonostante la breve durata, possono ben considerarsi compiute le sue miniature sulle corde del violoncello, le prolungate vibrazioni delle cui corde trasmettono scorci immaginifici.

ALDER & ASH – The Crowneater
(Mendicant, 2019)
Il violoncellista canadese Adrian Copeland torna a sperimentare potenzialità e limiti del suo strumento in un lavoro ambizioso, che sfida ripide costruzioni ritmiche e dissonanze. Quella di “The Crowneater” è materia assai più oscura e disagevole rispetto a quella dell’accoppiata “Clutched In The Maw Of The World” “Psalms For The Sunder”, che regala evoluzioni di ardita creatività.

BLUE TOMORROWS – Without Color
(Moon Glyph, 2019)
Reduce dalle esperienze di Candace e Web Of Sunsets, Sarah Nienaber, da Portland, ha intrapreso un nuovo progetto improntato a un delicato bedroom pop. Piuttosto che indulgere a tematiche autorefenziali e a scarne strutture acustiche, Sarah costruisce canzoni dai contorni sfumati, di trasognata psichedelia, orientata da languori chitarristici e carezzevoli strati di tastiere.

EMILY JANE WHITE – Immanent Fire
(Talitres, 2019)
Il sesto album della cantautrice statunitense non ne smentisce la ricerca interiore e il radicamento nella tradizione dell’America profonda. Entrambe sono sviluppate in dieci ballate alle quali gli arrangiamenti conferiscono atmosfere sottilmente tenebrose, impreziosite dall’espressività delle sue interpretazioni, sempre più profonde ed evocative.

LISTS – EP 2
(Self Released, 2019)
Nessuna informazione è dato conoscere a proposito di Lists, se non che si tratta dell’alias di un cantautore scozzese. Il suo secondo Ep dispensa venti minuti di pura grazia introspettiva, declinata in ovattate partiture pianistiche, in un cantato vaporoso e in aperture armoniche che bilanciano brume invernali e palpitanti tepori emozionali.

LOSCIL – Lifelike
(Frond, 2019)
Pochi mesi dopo le istantanee seppiate di “Equivalents”, Scott Morgan licenzia una nuova raccolta di risonanze spaziali e pulsazioni notturne, nell’occasione associata alle immagini digitali di “Lifelike”. Più che di un videogioco, si tratta di una sinfonia di particelle, il cui movimento è inteso a regalare un’esperienza meditativa. I brani di Morgan ne seguono fedelmente struttura e contenuti, alternando loop avvolgenti e ipnotici fremiti ambient-dub.

OLD AMICA – Drone And Hum
(Oscarson, 2019)
Il duo svedese che nel volgere degli scorsi mesi mostrato sia il proprio profilo strumentale (“Taiga”), che quello orientato alle canzoni (“Constellation”), ha chiuso il proprio 2019 ripubblicando il suo primo lavoro “Drone And Hum” (2014). Presentate accanto a una raccolta di rielaborazioni le sue sette tracce offrono lo spaccato di un ambiente raccolto, scandito da riflessive risonanze pianistiche.

SILENT JAMES – Where Have All My Friends Gone?
(Discos de Kirlian, 2019)
Nell’anno d’oro del pop iberico, va a pieno titolo annoverato anche il terzo album di Silent James, progetto di Jaume Benedito, andorrano d’adozione che divide le sue passioni tra musica e cinema. Non è un caso che il lavoro si apra con una canzone dedicata a Simone Signoret e prosegua con altre nove ballate all’insegna di una raffinatezza d’altri tempi e di un pronunciato lirismo pop d’autore.

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