THE MICROPHONES
Microphones In 2020 

(P.W. Eleverum & Sun, 2020)

Una traccia di tre quarti d’ora è sempre difficilmente assimilabile, a maggior ragione di questi tempi. Lo è quando si tratta di “long form” strumentali ma, forse ancora di più, quando contiene un flusso narrativo di suono e coscienza lungo vent’anni e attraversato da dolorosi traumi personali.

Creare musica è, ancora una volta, il lenitivo prediletto per Phil Elverum dopo la scomparsa della moglie, che impregnava lo straziante “A Crow Looked At Me” (2017); in quest’occasione Elverum volte il proprio sguardo dentro se stesso e, soprattutto, dietro di sé, a cominciare dal recupero della denominazione The Microphones e del torrenziale diario raccontato lungo tutto il corso della traccia, che si apre con la constatazione di una sostanziale identità dell’uomo e dell’artista odierno con quello di vent’anni fa.

Tanto esteso è infatti l’arco temporale coperto dalla prosa in musica di Elverum, inevitabilmente percorso da inquietudine ma senz’altro meno drammatico rispetto al recente passato, anche solo per il fatto di rappresentare il suo ritorno alla quotidianità dello studio di registrazione e, appunto, all’alias rispolverato dopo quasi due decenni. “Microphones In 2020” non è tuttavia soltanto un’operazione nostalgica, bensì l’attualizzazione alla sensibilità odierna di una combinazione tra scrittura d’autore e sperimentazione sonora, che si manifesta oggi nelle serafiche declamazioni sottovoce di Elverum, accompagnate da circolari arpeggi acustici, prolungati riverberi elettrici e tuttavia a tratti lacerate da apici distorti.

Il risultato è denso di pathos e di placido lirismo, ma anche sorprendentemente fluido e coinvolgente: la durata della traccia diventa relativa nel suo scorrevole avvicendarsi di passaggi strumentali e cantati/parlati e nel rincorrersi di giri armonici portanti e intersezioni atmosferiche o, più spesso, rumorose. Quella di Elverum è, nuovamente, una poetica dell’assenza e di un’introspezione profonda, tuttavia gestita in maniera tale da non apparire affatto autoreferenziale, soltanto ripiegata su se stessa e sui propri ricordi. Tanto per essere espliciti, è stridente la differenza con le scomposte elucubrazioni del Mark Kozelek recente, poiché Elverum riesce nuovamente a creare un percorso empatico, la cui estensione – per altro non “pesante” – risulta anzi funzionale per sottolineare incolmabili distanze temporali, rispecchiate in una personalità artistica di grande intensità e in perenne trasformazione.

http://www.pwelverumandsun.com/

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