music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: ELUVIUM

L’esondazione del suono

Eluvium è la creatura artistica del compositore americano Matthew Cooper, che nelle sue opere ha elaborato una moderna formula di “ambient orchestrale”, prodotto tanto da componenti elettroniche, incentrate sull’uso di drone e tastiere, quanto da un afflato classico, legato soprattutto al suono del pianoforte. L’alternanza o, più spesso, l’accostamento di tali elementi crea un suono che si espande attraverso movimenti lenti ma costanti, minuziosamente curati, ma non per questo alieni da elementi di profonda intensità emozionale.

Matthew Cooper, compositore originario di Portland, ma da tempo di stanza a Louisville, non è semplicemente l’ennesimo artista dedito all’esplorazione di astratti paesaggi ambientali attraverso la modulazione di suoni e frequenze elettroniche, ma è un musicista che alterna e spesso coniuga l’uso del synth con una notevole sensibilità “classica”. Il risultato, nelle sue diverse forme, è una musica che scorre ora attraverso movimenti placidi e talvolta quasi impercettibili, ora con impeto emotivo, in crescendo graduali, perfettamente coerenti con le suggestioni di lenta espansione liquida evocate fin dall’etimo del moniker sotto il quale Cooper compone ed esegue tutte le sue opere. La musica di Eluvium è infatti un flusso continuo, una coesa marea sonora in costante propagazione, che si innalza pian piano fino a invadere la mente, il cuore e l’immaginazione, con la sola forza gentile dei suoi pochi, soffusi elementi.

Eluvium si affaccia sulla scena musicale nel 2003, con le cinque tracce comprese in “Lambent Material”, costituite quasi esclusivamente dal lento movimento, semplice ma intriso di solennità, di poche note filtrate dal synth, accanto alle quali solo a tratti si affaccia il limpido suono di una chitarra (“Under Water It Gloved”) o quello compassato del pianoforte (“There Wasn’t Anything”, “I Am So Much More Me That You Are Perfectly You”), appena sufficienti a diradare la coltre nebbiosa che avvolge composizioni dalle strutture esili, cesellate con pazienza e precisione intorno a delicate iterazioni di note. Benché, appunto, in alcuni brani emergano già elementi acustici o comunque non filtrati attraverso l’elettronica, Lambent Material caratterizza da subito fortemente il profilo artistico di Cooper, collocandolo sulla scia tanto di compositori moderni (da Eno a Basinski), quanto degli esploratori di drone ed elettronica riconducibili all’esperienza della Kranky, quali Labradford e Stars Of The Lid. Non a caso, infatti, il fulcro dell’album è rappresentato dagli oltre quindici minuti di “Zerthis Was A Shivering Human Image”, pervasi da riverberi e drone chitarristici, anche piuttosto aspri, che si rincorrono e intrecciano per tutta la durata del brano.

Se già dai caldi accenni di pianoforte e chitarra acustica di “Lambent Material” si intuiva che sarebbe stato riduttivo circoscrivere la musica di Eluvium nel solo territorio ambient-drone, nel successivo “An Accidental Memory In The Case Of Death” Cooper rivela compiutamente l’altro lato del suo profilo artistico, a ben vedere non poi così diverso né tanto meno disgiunto dal primo: “An Accidental Memory In The Case Of Death” è un album breve, folgorante nei suoi appena venticinque minuti intrisi di emozioni liberate dalle sole note del pianoforte.
Comune denominatore rispetto all’album di debutto è l’idea di un suono liquido che, lento ma inesorabile, tende a saturare la percezione che di esso l’ascoltatore ricava. Non mancano, in questo lavoro, crescendo compositivi che enfatizzano le potenzialità emotive dello strumento (“Genius And The Thieves”, “The Well-Meaning Professor” e la meravigliosa “Perfect Neglect In A Field Of Statues”) e con esse la grazia con la quale Cooper lo esegue; eppure, i brani in esso contenuti tendono ad assumere movimenti in prevalenza orizzontali piuttosto che verticali, mantenendo peraltro inalterate le caratteristiche strutturali del disco d’esordio, qui soltanto tradotte in partiture per pianoforte, semplici e profondamente emozionanti.
È un album a suo modo unico, nel coniugare in maniera avvincente perfezione neoclassica e sensibilità post-moderna, minimalismo alla Erik Satie (“Nepenthe”), e romanticismo degno dei Rachel’s di “Music For Egon Schiele”, e nel rivelare come talvolta sia sufficiente modificare le modalità di estrinsecazione formale di un’idea musicale per conseguire un risultato dal sapore antico, eppure assolutamente attuale.

Dopo questa magnifica divagazione, con il successivo “Talk Amongst The Trees”, Cooper ritorna, in un certo senso, alle origini, presentando un lavoro quasi interamente incentrato soltanto su chitarra e tastiere, dispiegate secondo i soliti movimenti ondulatori, in composizioni articolate che si dipanano attraverso le consuete iterazioni di suoni, qui sviluppate e rimodulate fino alla loro massima estensione. All’incirca metà della durata complessiva dell’album è, infatti, occupata da due sole tracce, l’iniziale “New Animals From The Air” e “Taken” (insieme poco meno di mezz’ora). La prima è un fresco fluire di suoni che s’inseguono, accordi astratti di chitarra, drone e screziature sintetiche affioranti qua e là in un ingranaggio perfetto, che riesce a fermare il tempo in una sorta di “sinfonia ambientale” sottile e inafferrabile; la seconda è invece un lunghissimo mantra chitarristico, dilatato fin quasi all’eccesso dei suoi diciassette minuti, tempestati di riverberi e innesti di synth in funzione d’archi, fino al moderato crescendo finale.
Decisamente più placidi e coesi, invece, altri brani di impronta classicamente ambientale, come “Show Us Your Homes”, “We Say Goodbye To Ourselves” e così anche le dilatazioni di drone e feedback di “Everything To Come” e “Calm Of The Cast-Light Cloud”. Così, quando “One” giunge a concludere il cerchio onirico aperto quasi un’ora prima, di “Talk Amongst The Trees” rimane la sensazione di un album dalla scrittura inappuntabile ed equilibrata, seppur un po’ troppo convenzionale, poiché, nella sua elaborazione “colta” e cerebrale, Cooper rinuncia in parte alle peculiarità di un suono non semplicemente elettronico e ambientale.

Sulla stessa linea si collocano, all’incirca, i due mini-album usciti dopo “Talk Amongst The Trees”: il primo, compreso nella serie della Temporary Residence “Travels In Constants”, è composto da un’unica traccia (“Behind Your Trouble”) della durata di oltre mezz’ora, nella quale Cooper amplifica in maniera estrema alcune delle suggestioni presenti nell’album precedente, estendendo le sue distorsioni ambientali, a tratti fin troppo marcate, in trame complesse, a loro modo trasognate e avvolgenti (in certi passaggi viene quasi da pensare al Kevin Shields più cervellotico), ma in definitiva un po’ troppo autoreferenziali. Parimenti interlocutorio l’altro mini, “When I Live By The Garden And The Sea”, che pure inizia con l’ottima “I Will Not Forget That I Have Forgotten”, ove poche note di pianoforte si ripetono con calda emozionalità per tutto il brano mentre flutti chitarristici, dalla distorsione accentuata ma dilatata come sempre, s’innalzano prima in un crescendo degno delle migliori costruzioni post-rock, lasciando infine spazio a un finale calmo, ma ancora solcato da piccole asperità elettriche. Meno incisivi risultano invece i restanti tre brani, che ricalcano ancora le orme di “Talk Amongst The Trees”, associando i consueti suoni liquidi a un rumorismo costante (“Ass I Drift Off”), oppure ad ambientazioni sonore dagli eterei contorni nordici.

Dopo le sperimentazioni a volte intricate degli ultimi lavori, Cooper riparte proprio dall’idea sottostante a “I Will Not Forget That I Have Forgotten”, per concepire la sua opera più ambiziosa: quella di dar compiuta forma a una sorta di “ambient orchestrale”, nel quale possano trovare un perfetto equilibrio la “ragione” delle sue meticolose composizioni ambientali e il “sentimento” dei passaggi per pianoforte, non più relegati nella pur magnifica solitudine di “An Accidental Memory In The Case Of Death”, ma inseriti nel contesto di una strumentazione ben più articolata.
Il risultato è “Copia”, quasi cinquantacinque minuti di flusso onirico, modulato secondo forme diverse, che includono di volta in volta tappeti di drone ed esili distorsioni ma anche caldi suoni di pianoforte, fiati e archi, la cui interazione coniuga modernità elettronica e romanticismo classico, secondo una sensibilità ancora una volta non distante dagli approcci emotivi che hanno fatto la fortuna di tante recenti produzioni post-rock.

In tale operazione, Cooper non si discosta tuttavia mai troppo da un’impostazione concettuale incentrata sull’essenzialità di suoni creati o filtrati attraverso l’elettronica, indirizzati a un risultato omogeneo eppure cangiante secondo movenze lievi, intese all’evocazione di paesaggi nebbiosi e solitari, ma per nulla alieni da elementi di profonda emotività. Calde componenti umane sono, infatti, indubbiamente riscontrabili nei due pezzi nei quali è il pianoforte a prendere con decisione il sopravvento, ovvero “Radio Ballet” e soprattutto “Prelude For Time Feelers”, gioiello di grazia cristallina, costituito da poche leggiadre note pianistiche, che lievemente aumentano d’intensità avvolgendosi a una dilatazione di fondo, infine trasformata in un liberatorio crescendo di impetuosa orchestralità sintetica. Il medesimo discorso è valido anche per le composizioni apparentemente più piane e iterative, che pure vedono rincorrersi e sovrapporsi frequenze e dilatazioni mai pervase da un pesante ottundimento ma semplicemente volte a disegnare un’inerzia dilatata (“Reciting The Airships”), oppure appena puntellata da rarefazioni stratificate e persistenti (“Seeing You Off The Edges”), o ancora capaci di ispirare sentori di ovattata quiete nordica, come nei dieci minuti di sogno a occhi aperti di “Indoor Swimming At The Space Station”, disseminati di melodie fioche, tocchi di piano e tenui increspature rumoriste.
Come già in molti dei lavori precedenti, nella musica di Eluvium non vi è però solo serafica contemplazione, ma anche spazio per una latente inquietudine, qui distillata attraverso i toni notturni di “Requiem On Frankfort Ave.” e “After Nature” – ove è solo il suono degli archi a dialogare con i synth – oppure univocamente fluente nella quasi completa immobilità di “Ostinato”.

In tutte le diverse sfaccettature dell’album, Cooper mantiene sempre un’intensità incisiva e sfuggente al tempo stesso, che rifugge tanto il rischio di derive espressive eccessivamente pedanti, quanto quello di un romanticismo stucchevole e a buon mercato. “Copia” appare, infatti, l’ideale punto di arrivo del percorso artistico di Eluvium, poiché in esso si riscontra una moderna declinazione orchestrale del minimalismo ambientale, grazie alla quale Cooper riesce a bilanciare in maniera molto personale la sua anima elettronica con quella classica, dando forma a un’opera in grado di travalicare le già consolidate forme di un’espressione musicale che appunto nella forma stessa non si esaurisce.

Prima di dare un seguito a “Copia”, Cooper ha lasciato trascorrere esattamente tre anni, nel corso dei quali ha circoscritto la sua abituale prolificità realizzativa alle sole “Miniatures” – per la prima volta licenziate sotto il suo nome di battesimo – e al monumentale rimaneggiamento di “Settler”, offerto ad “All Is Wild, All Is Silent Remixes” dei Balmorhea.
Tra l’opzione del cambiamento e quella dell’imperterrita prosecuzione su terreni già egregiamente solcati, Cooper propende decisamente per la prima almeno a livello formale, poiché, pur innestando nella sua musica elementi inediti, non ne smarrisce le caratteristiche di fondo.
“Similes” appare dunque un nuovo e ancor più ardito esercizio di equilibrio, in bilico su un esile crinale che su un versante presenta le risultanze ottenute nell’album precedente e sull’altro vede l’inedita introduzione dell’elemento ritmico e di quello vocale. Il cantato dimesso e non proprio sicuro di sé di Cooper rappresenta una presenza eclatante, ma accanto ad essa continuano tuttavia a scorrere carsicamente dense coltri sonore, adesso in graduale transizione verso riflessi più luminosi e tessiture elettroacustiche mai tanto brulicanti.

Nelle otto composizioni di “Similes” (tre strumentali e cinque cantate), vi è infatti una reiterata intersezione di loop ipnotici, drone impalpabili e bozzoli di canzoni il cui incedere invariabile si dischiude sovente a semplici melodie pianistiche e a una miriade di riverberi liquidi e sognanti.
In siffatto contesto, il cantato è un elemento soltanto accessorio – una rifinitura, al pari dei suoni acustici e delle tenui increspature ritmiche – che si dipana sonnolento in parallelo ad altri rivoli armonici, parimenti indipendenti tra loro. Non mancano tuttavia nemmeno nebbiose correnti di drone e saggi di una luminosa ambience orchestrale, decisamente adeguata a fondersi con il timbro vocale discreto di Cooper. Ed è proprio in pezzi come “Weird Creatures” e, soprattutto, “Making Up Minds” che la transizione di Cooper a una sorta di cantautorato ambientale (!) viene coronata da successo, attraverso l’acquisizione di ulteriori spunti melodici da parte delle magistrali modulazioni che continuano a tener fede al marchio riconoscibile delle produzioni di Eluvium.
Seppure con modalità differenti rispetto al passato, in “Similes” Cooper conferma la sua ambizione di scompaginare stili e forme espressive, lungo linee guida vaporose e ancora una volta estremamente suggestive.

La faccia oscura di “Similes”, viene ben presto esplorata da “Static Nocturne”, traccia unica da cinquanta minuti pubblicata a fine 2010, in edizione limitata dall’etichetta personale di Cooper, Watership Sounds.
Lungo tutto il corso della composizione, in continua e febbrile evoluzione, non mancano saggi di emozionali partiture pianistiche, ma si tratta, tuttavia, soltanto di miniature immerse in un brodo primordiale estremamente saturo, che trae le mosse da field recordings e screziature rumoriste per enucleare un susseguirsi di folate ambientali brulicanti di un movimento ondivago, al cui interno densi filtraggi orchestrali dialogano con sciabolate noisy e una serie infinita di riverberi, che disegnano sfumature policrome, dando luogo a una risultante sonora di rara densità.
Se la metà scarsa del lavoro è improntata a una sorta di crescendo contrassegnato da sfrigolii rumoristi e accenni melodici scientemente relegati in secondo piano, il cuore della composizione cresce in asprezza dissonante, veicolando distorsioni che fungono da ideale contraltare ai levigati passaggi iniziali. Superata la mezz’ora della traccia, le brume attraverso cui si scorgevano esili strutture melodiche acquistano in spietata asprezza post-industriale, prima di scolorare nel lungo commiato degli ultimi dieci minuti, lunghissimo finale che scema in una ritrovata placidità di contenuto. Opera destinata a restare “minore”, “Static Nocturne” esemplifica un senso di inaccessibilità e isolazionismo, che almeno per il momento restituisce Cooper al suo originario campo d’elezione: quello del filtraggio strumentale e delle densissime brume ambient-drone.

Altra momentanea deviazione dal percorso principale di Eluvium, Cooper la mette in pratica con la colonna sonora del film di Matt McCormick “Some Days Are Better Than Others”, firmata semplicemente col suo nome di battesimo.
Il legame inscindibile tra Cooper ed Eluvium ricorre tuttavia appieno anche nello scorrere dei trentacinque minuti di musica posti a corredo delle immagini. Inalterati sono i fondali aurorali di composizioni alle quali la destinazione alle immagini non consente tuttavia uno sviluppo particolarmente ampio, mentre un piano prominente viene spesso riservato a tutta una serie di organi vintage e tastiere dai toni sognanti e quasi giocosi, che modellano frammenti liquidi e abbracci pulviscolari, sospesi tra note analogiche e sequenze in dissolvenza.
Il breve dialogo tra sinuose partiture d’organo e paesaggi di brumosa stasi si snoda placido lungo tutte le composizioni, assumendo di tanto in tanto forme più strutturate, in particolare nei non molti casi in cui le durate dei brani superano i tre o i quattro minuti, come nella luminosa danza che scuote dolcemente la coltre ovattata della toccante “Camille And The Ocean”.
Opera per sua stessa natura interlocutoria e disorganica, la colonna sonora rappresenta comunque una piacevole testimonianza dell’ispirazione di Cooper, artista che anche in occasioni come questa non manca di esplicare una classe che prescinde agevolmente dalle denominazioni sotto le quali i suoi frutti vengono di volta in volta sussunti.

(pubblicato su ondarock.it)

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Un commento su “storie d’artista: ELUVIUM

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Questa voce è stata pubblicata il 9 aprile 2007 da in storie d'artista.
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