music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Pains Of Being Pure At Heart

THE PAINS OF BEING PURE AT HEART – The Pains Of Being Pure At Heart
(Slumberland, 2009)

Regno Unito 1990? No, New York 2009!
Può essere utile partire proprio dalle coordinate spazio-temporali, qualora qualcuno potesse nutrire qualche dubbio in proposito, per avvicinarsi all’atteso debutto di questo quartetto, già segnalatosi all’attenzione dei più indefessi cultori dell’indie-pop attraverso un paio di singoli e un altrettanto omonimo Ep di cinque tracce, uscito nel 2007 per l’etichetta Painbow.
Alcuni dei brani già editi sono riproposti in questo lavoro di appena trentaquattro minuti, accanto ad altre canzoni, tutte provviste di un potenziale “da singolo”, come si conviene alla migliore tradizione pop.

Con il suo sguardo distante e in un momento in cui i giochi delle influenze si fanno ancor più labili e superflui del solito, il quartetto guidato dalla coppia Kip e Peggy non si limita a perseguire una formula musicale, né semplicemente un’estetica alla quale aderire, peraltro omaggiata a sufficienza dalla copertina del disco e dal nome stesso della band (molto in stile indie-pop e senz’altro tra i più geniali in circolazione).
The Pains Of Being Pure At Heart rendono sì palese tributo a sonorità ed esperienze ben individuabili, ma lo fanno attraverso due elementi essenziali per evitare agilmente il rischio di appiattimento in emulazioni pedisseque, in questi casi sempre dietro l’angolo: da un lato, la freschezza nella scrittura di pezzi immediati e personali, dall’altro, la capacità di lambire molteplici riferimenti, in combinazioni equilibrate e in continuo divenire.
Ferme restando le costanti dei ritmi serrati e della scissione tipicamente shoegaze tra distorsioni di fondo ed eteree dolcezze melodiche, lungo i dieci pezzi dell’album si sussegue infatti senza soluzione di continuità un’ampia rassegna di sfumature, che vanno dalle radici dei Jesus & Mary Chain e della Sarah Records alla Scozia di Pastels e Teenage Fanclub, passando per le componenti più pop e sognanti di My Bloody Valentine e, soprattutto, Lush.

L’efficacia dei frequenti intrecci vocali, sempre lievi e inafferrabili, si affianca dunque a pastosi vortici elettrici, creando melodie che entrano facilmente in circolo, anche grazie alla generale concisione di brani che in più di un’occasione (“The Tenure Itch”, l’incipit di “Stay Alive”) sembrano delineare una sorta di twee-pop irrobustito dalle cadenze della batteria o immerso in una seducente coltre di feedback. I ritmi sono però in prevalenza incalzanti e assumono a tratti oscure venature dark-wave, come quelle evocate dal basso profondo di “Young Adult Friction”, ma pur sempre alleviate dalla melodia, collante essenziale delle tante variazioni proposte con grande naturalezza dalla band americana. Notevole è infatti la versatilità dimostrata nei passaggi da turbini shoegaze a un caracollante andamento jingle jangle, da febbrili cadenze elettriche a un soave lirismo pop, il tutto interpretato con quell’atteggiamento di (dis)incantata spontaneità post-adolescenziale che porta a cantare con noncuranza “This Love Is Fucking Right!” e che sembra davvero in grado di rimaterializzare quel grigio inglese reso coloratissimo da tante band dei primi nineties.

Poco vale, allora, speculare se sia tempo per un ipotetico, diffuso revival anni 90, poiché quest’album non è altro che il frutto della spontanea propensione artistica di quattro ragazzi newyorkesi, dotati di senso della melodia e capaci di dar luogo a un suono coeso e a canzoni godibili e convincenti. E poi, chi l’ha detto che un disco come questo, oggi, debba necessariamente essere reputato fuori contesto?

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 31 gennaio 2009 da in recensioni 2009.
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