music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Cheval Sombre

CHEVAL SOMBRE – Cheval Sombre
(Double Feature, 2009)

Personaggio atipico, tal Christopher Porpora, artista newyorkese che da qualche anno ha intrapreso in solitaria il suo progetto Cheval Sombre, incentrato soltanto su chitarra acustica e voce e votato a un folk stralunato e dai ritmi dilatati. Dopo qualche singolo sparso – ultimo in ordine di tempo “I Found It Not So”, 7’’ uscito lo scorso anno per la sempre lungimirante Static Caravan – giunge adesso un album, che raccoglie alcuni dei vecchi pezzi, spostando in parte il baricentro della sua ispirazione musicale, anche grazie agli importanti collaboratori che hanno voluto tenere a battesimo il suo debutto discografico sulla lunga distanza.

Sono sufficienti le prime, ondeggianti note dell’album e uno sguardo al suo artwork per ispirare agevoli accostamenti. E le note di copertina non fanno altro che confermare sensazioni fin troppo palesi: l’album esce infatti per l’etichetta personale di Britta Phillips e Dean Wareham (Galaxie 500, Luna), che contribuiscono fattivamente a molti dei brani, accanto a una vera e propria istituzione della psichedelia britannica quale Sonic Boom, qui presente con i suoi inconfondibili organi ed effetti, oltre che in veste di produttore. Non che questi dati facciano passare in secondo piano la centralità del ruolo dell’autore principale del lavoro, ma lo ammantano di una coltre onirica e ovattata, che esalta l’impianto sonoro di base e conferisce significativa compiutezza all’intento di base di Porpora.

Si direbbe, infatti, che l’apporto di organi e tastiere completi in maniera del tutto naturale le dilatazioni acustiche della chitarra di Porpora e le cadenze compassate della sua voce, adesso immerse in atmosfere che inevitabilmente rimandano agli Spacemen 3 ma anche alla sognante psichedelia realizzata nelle diverse esperienze di Dave Roback. L’effetto è assicurato dalla sapiente modulazione dei fondali di synth e tastiere che, senza mai risultare invasivi, si innalzano e si abbassano come una quieta marea, sposandosi alla perfezione con la parallela eleganza di indolenti note acustiche. Quest’ultima lascia spesso trasparire una matrice di folk antico, reso sottilmente psichedelico non da confusionarie accozzaglie di suoni, ma solo da un registro serafico, che gioca sui tempi e le cadenze per diventare straniante ancor prima di essere immerso nel sinuoso brodo di coltura sonoro di Sonic Boom.
Le fascinazioni folk sono altresì palesate dalla presenza nell’album di due brani tradizionali, “Troubled Mind” e “I’ve Been All Around This World”, qui riarrangiati fino a trasfigurarli in maniera omogenea col resto del lavoro, accanto a una cover dei Doors (“Hyacinth House”) e a tante canzoni scheletriche, percorse da oscillazioni e costantemente fluttuanti in un torpore morbido e astratto, ma sempre molto godibile.

Il costante flusso sonoro di “Cheval Sombre” riporta dopo tanto tempo a uno stile psichedelico classico, arricchito da un’ampia rassegna di sfumature, dipinte sfiorando con grande naturalezza retaggi folk, sospensioni temporali, languori cantautorali e raffinate atmosfere dreamy.
Non è infatti cosa di tutti i giorni ascoltare un disco del genere che, nel volgere di pochi brani, è in grado non solo di evocare le scontate reminiscenze di Spacemen 3 e Spiritualized, ma anche di ridurre le distanze tra universi tra loro diversissimi quali quelli degli Slowdive più morbidi e pacati e del Devendra Banhart più obliquo e trasognato. Un esordio raffinato, che regala un’ora di viaggio in una dimensione aliena e intima al tempo stesso, sulle ali di una musica costellata da tante tessere variopinte, proprio come quelle della copertina.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 22 giugno 2009 da in recensioni 2009.
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