dal vivo: MOGWAI

Roma, Cavea dell’Auditorium, 18 luglio 2009

Se i luoghi di svolgimento dei live possono risultare simbolici per stabilire il riconoscimento di una band, allora è di tutta evidenza come il contesto dell’Auditorium di Roma possa risultare quale consacrazione “istituzionale” per i Mogwai, tornati in Italia a pochi mesi di distanza dalla loro ultima esibizione bolognese.
Li accoglie una serata estiva limpida ma sferzata da folate di fresco maestrale e una Cavea non del tutto gremita ma pure riempita per almeno quattro quinti della sua capienza da un pubblico che poco tarda a dimostrarsi affezionato e coinvolto dalla musica della band scozzese, che dal canto suo lo ripaga con il solito spettacolo rigoroso nell’atteggiamento e irreprensibile nelle esecuzioni.

Quando i cinque ragazzi salgono sul palco, alle loro spalle la luce del crepuscolo è ancora chiara e si confonde quelle artificiali – calde ma molto essenziali – che accompagneranno tutto il concerto. Nessun indugio nelle presentazioni, semplicemente “we’re Mogwai from Glasgow, Scotland” per i pochi capitati lì per caso e che ancora non lo sapessero, ed è subito tempo per la “vecchia” ma sempre splendida “Helicon 1”, scandita dai tempi matematici della batteria di Martin Bulloch, secca e tipicamente post-rock, a far da insostituibile supporto alle tre chitarre e al basso che fondono muri di feedback a melodie più languide, secondo la migliore tradizione della band. Barry Burns si sposta però subito dopo alle tastiere – ove resterà per quasi tutta la durata del concerto – per delineare i primi emozionali accordi di “I’m Jim Morrison, I’m Dead”: il pubblico la riconosce al volo e mostra di gradire.
Contrariamente a quanto sarebbe stato legittimo attendersi, tanto a livello di esecuzioni che di scelta dei brani, la prima metà della scaletta non è incentrata su un sound granitico e dall’impatto immediato, ma piuttosto su un’alternanza tra pezzi datati densi di romanticismo (“Christmas Steps” e la magnifica “Ex-Cowboy” da “Come On Die Young”) e più recenti saggi di una perdurante propensione a coniugare suggestioni languide con trame chitarristiche ossessive (“Scotland’s Shame”, “Friend Of The Night”).

Riscaldato a dovere l’ambiente con quelle che da sempre sono riconosciute come le caratteristiche più salienti della loro musica, i Mogwai offrono una mirabile conferma della sostanziale continuità che lega le prime opere alle produzioni più recenti, transitando senza sussulto alcuno dagli splendidi rilanci melodico-rumoristi di “Ex-Cowboy” alla più pronunciata veste elettronica di “Killing All The Flies” e “2 Rights Make 1 Wrong”, le cui parti filtrate al vocoder risulteranno alla fine tra le poche parole uscite dagli amplificatori della Cavea, insieme a qualche sporadico “grazie”.
L’esplosione chitarristica e l’impeto pseudo-metal, paventati/attesi fin dall’inizio, trovano invece esito nella carica propulsiva della conclusiva “Batcat”, corposa e scatenata come su disco ma resa densa e omogenea da un’esecuzione che ne arrotonda gli spigoli, senza tuttavia depotenziarne l’impatto.
Non sono ancora trascorsi novanta minuti dall’inizio del concerto – volati via sulle calde onde di chitarre che sembrano sposarsi col vento della frizzante serata romana – che è già tempo degli applausi e delle invocazioni di rito che preludono al bis. La band non si fa pregare più di tanto prima di tornare sul palco per i morbidi vortici di “Hunted By A Freak” e per la sbornia distorsiva finale di “Mogwai Fear Satan”, contingentata nella sua durata ma più che sufficiente a prolungare il piacevole effetto del ronzio elettrico nelle orecchie degli spettatori e a dare l’impressione che il pezzo potrebbe continuare all’infinito.

Straordinariamente puntuali e puliti nella loro tecnica esecutiva, altrettanto trascinanti dal punto di vista del coinvolgimento emotivo, i Mogwai si accomiatano dal pubblico dopo aver concesso poche divagazioni rispetto a quanto dimostrato nelle diverse sfumature dei loro album, lasciando invece la convinta sensazione che la loro musica possa considerarsi già oggi un vero e proprio classico di questi anni. In tal senso, l’effetto di quasi tutti i brani eseguiti e la stessa partecipazione del pubblico non possono che rappresentare una conferma ulteriore, per quanto certamente scontata per la maggior parte dei presenti.

(pubblicato su ondarock.it)

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