music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Tajga

THE MARIGOLD – Tajga
(Acid Cobra, 2009)

Ritornano gli abruzzesi Marigold, tra i più orgogliosi alfieri del rock indipendente italico, a due anni di distanza dall’interessante “Erotomania” e ancora sotto l’ala protettrice di Amaury Cambuzat (Ulan Bator), che adesso li produce e li ospita sulla sua nuova etichetta Acid Cobra.

Al terzetto capitanato da Marco Campitelli si aggiunge per l’occasione anche Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax, per dar luogo a un’opera che dirada in maniera sensibile l’impeto e le torsioni rumoriste del lavoro precedente, in favore di un più complesso bouquet stilistico, ove si percepiscono accentuati i sentori dark-wave già presenti in “Erotomania” e si affacciano inedite sfumature shoegaze. Sì, perché a dispetto di quanto potrebbe far pensare il brano d’apertura (intitolato “Exemple De Violence”), i Marigold non esacerbano i caratteri ruvidi e dissonanti della loro musica, puntando invece su sonorità più eteree e diluite, che disegnano paesaggi oscuri e riflessivi senza smarrire la propria compattezza e senza rinunciare del tutto a spasmi e rilanci drammatici.
Gli inospitali paesaggi evocati dal titolo dell’album trovano parziale riscontro nella musica in esso contenuta laddove le linee chitarristiche si fanno più frenetiche, seguite in parallelo dalla voce di Campitelli, talora ridotta a nervoso complemento di sferzate abrasive che sanno quasi di certo crossover in voga negli anni 90.

Ma si tratta (per fortuna!) di episodi isolati, poiché la band sembra ormai indirizzata piuttosto verso uno stile più cupamente intimo, nel quale la persistente inquietudine elettrica dei brani si traduce in modulazioni pastose e avvolgenti e in un lavorio sulle chitarre in prevalenza inteso a conseguire un effetto ossessivo e una sensazione di costante tensione repressa.
Altro elemento significativo di “Tajga” è l’accresciuta presenza dell’elettronica, che ad esempio incornicia i rallentamenti di “Tundra”, conferendovi un aspetto ancor più spettrale e straniante. Allo stesso modo, la densità delle frequenze chitarristiche viene calibrata di volta in volta a sfiorare citazioni che vanno dallo shoegaze (inteso soprattutto nella sua declinazione sferragliante ma in parte anche in quella più eterea, come nel caso dell’ottima “Alone”) alla breve esperienza dei God Machine, cui rimanda la sempre maggiore propensione della band a creare vere e proprie canzoni dalle cadenze tenebrose e marziali. Quel che ne risulta non sono soltanto brani urticanti, caratterizzati dall’impetuoso fragore delle chitarre ma anche passaggi più lievi e romantici, com’è il caso della melodia pianistica della title track e delle atmosfere dilatate che preludono all’esplosione finale della successiva “Degrees”.

Sono tali significativi sviluppi dello stile dei Marigold, uniti a una percettibile maturazione in termini di scrittura ed elaborazione dei brani, a fare di “Tajga” un lavoro meritevole di interesse, che allarga notevolmente il raggio d’azione della formazione abruzzese, adesso ormai quasi del tutto affrancata da asfittici rimandi post-noise, in favore di un’ispirazione ben più articolata. E se è vero che i riferimenti restano evidenti – alla dark-wave, allo shoegaze, e non solo – merito della band è quello di non essersi limitata a riprodurli superficialmente, riuscendo invece a farli propri, non in funzione di una mera finalità estetica ma quale naturale veicolo espressivo.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 6 settembre 2009 da in recensioni 2009.
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