music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Before You Left

AT SWIM TWO BIRDS – Before You Left
(Vespertine & Son, 2009)

Il nuovo lavoro di Roger Quigley, il terzo a nome At Swim Two Birds, giunge due anni dopo le taglienti rivisitazioni di vecchi brani dello splendido “Returning To The Scene Of The Crime…” e a ben sette dall’esordio di “Quigley’s Point”. Eppure, ritrovare il maturo artista di Manchester e ascoltare le sue nuove canzoni è, in qualche modo, una sorta di ritorno a casa; non tanto perché il contenuto dei suoi lavori sia prevedibile, quanto per quella sensazione di familiarità, pur non sempre confortevole, che accoglie da subito coloro cui è già capitato di partecipare dell’empatia trasmessa dall’artista grazie alle sue analisi e confessioni in musica.
Questa volta, l’urgenza poetica che ne ha sempre contraddistinto l’opera diviene ancora più pressante poiché Roger chiede ai propri ascoltatori di calarsi, senza corde né rete di protezione, in un abisso di desolazione e malinconia.
L’intero album, a partire dal suo titolo e dalla suggestiva copertina, si presenta come una sorta di concept, che narra sensazioni e sentimenti di un uomo profondamente segnato da un abbandono. Un abbandono, però, non dovuto alla fine di un rapporto, ma a qualcosa di più inevitabile e definitivo: la morte della persona amata.
“Before You Left” offre una cronaca, cruda e priva di falsi sentimentalismi, di una perdita e della condizione di solitudine che ne risulta, delineando un’opera che nel suo svolgersi, tanto narrativo quanto musicale, descrive una sorta di epica personale.

Nell'”Intro” (che verrà ripreso, con arrangiamenti differenti, anche nella parte centrale dell’album e in chiusura) Quigley canta, a cappella, con il solo sottofondo dell’incalzante vento, “Before you left/ I told myself it is a good thing…”, lasciando intendere che la compagna di una vita sia giunta alla conclusione di un lungo travaglio. Scaturiscono, così, inevitabili, i ricordi dolceamari di una lunga vita trascorsa insieme, tra abbandoni e dolcezze, screzi e riappacificazioni. Non c’è altra possibilità che accettare l’ineluttabilità della fine e lasciare andare l’amato bene (“Let Her Go”, il brano più marcatamente pop e ritmato del lotto, che vede la partecipazione anche in fase di stesura del tastierista dei Doves Martin Rebelski) fingendo, con gli altri e con se stessi, che la vita vada avanti (“I’m doing fine/ Thanks for asking”, ripete, quasi rassegnato, il refrain). Ma la realtà è diversa: nel sample che apre “Ad Nauseam”, un uomo anziano e dalla voce affaticata confessa di aver provato a cavarsela da solo in molti modi, senza, a quanto pare, essere riuscito nel proprio intento. “Life loses its meaning/ When time stands still” chiosa, amaro, Quigley.
E così, in un susseguirsi di cedimenti alla disperazione e sussulti di orgoglio e vitalità, continua il travaglio del protagonista che prima, un po’ come la figura ritratta nell’immagine di copertina non può far altro che contemplare il trascorre del tempo, lasciandosi vivere (“Let life run rings around me”), e finisce poi, nella marziale e classicheggiante “The March Of The Kings”, per annegare il proprio dolore nell’alcool (quasi che il cliché possa rendere tutto più accettabile), succedaneo infido e traditore del calore umano.
Il mood dei brani, che vedono il protagonista (e l’artista) alle prese con il tormento del ricordo, è inevitabilmente dimesso e nostalgico, ma le al solito spietate analisi di Quigley riescono ad assumere quasi una funzione catartica, come se mantenere il passato ben chiaro davanti agli occhi potesse aiutare in qualche modo a esorcizzarlo, a renderlo più lieve e a liberarsi dai suoi spettri.

Il percorso della narrazione trova fedele riscontro nelle sfumature conferite ai brani dal crescendo dolente della voce di Quigley, più espressiva ed eclettica che in passato, e da una significativa varietà di arrangiamenti e contesti sonori, che accanto alla chitarra, alle tastiere dal suono cupo e ad un moderato utilizzo dell’elettronica, vedono la presenza ormai stabile in At Swim Two Birds della giovane violoncellista Sophia Lockwood, il cui contributo esalta adeguatamente i momenti più romantici e densi di pathos.
“Before You Left”, si dimostra un lavoro dolente e a tratti doloroso, che ci restituisce un’artista ispirato, sincero ai limiti della crudezza, lontano mille miglia dalle logiche di mercato, ma vicino, vicinissimo, all’animo umano e al nostro cuore.

(in collaborazione con Francesco Amoroso, pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 16 settembre 2009 da in recensioni 2009.
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