music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Honeybee Girls

SHANNON WRIGHT – Honeybee Girls
(Vicious Circle, 2009)

Il suo secondo album inciso per l’etichetta francese Vicious Circle prosegue fedelmente il percorso di Shannon Wright seguito all’audace collaborazione con Yann Tiersen, che costituisce il vero e proprio snodo della carriera di quella che da pasionaria dell’alt-rock al femminile si è ormai trasformata in autrice e interprete di rara raffinatezza.
Mitigato così l’impeto elettrico, e completamente deposti gli spasmi che spesso ne trasfiguravano la voce in urli strozzati, Shannon Wright celebra il decennio di attività solista dando coerente sviluppo al precedente “Let In The Light” in dieci brani concisi (mezz’ora di durata totale), nei quali l’artista americana cimenta con maggior decisione la sua maturità di scrittura in contesti sonori ormai a netta prevalenza acustica ed elettronica.

Il residuo spazio per ritmi serrati e nervose frammentazioni chitarristiche è confinato quasi esclusivamente nella prima parte del lavoro, benché anche in questi casi gli spigoli siano smussati dalla melodia e convivano con l’aggraziato substrato acustico della louisevilliana “Tall Countryside” (che potrebbe essere tranquillamente scambiata per un brano di Tara Jane O’Neil) o si intreccino con le tastiere della title track, al tempo stesso vivace e suadente.
La chiave di volta di “Honeybee Girls” è tutta nel pezzo che ne chiude la prima metà, con quella ripetizione di “no more black rain to come” che suona quasi una dichiarazione d’intenti artistici, preliminare a quella che sarà la seconda parte dell’album ed emblematica della nuova collocazione stilistica di Shannon Wright: non più pennellate nero pece, non più impennate abrasive, ma una declinazione di atmosfere parimenti torbide attraverso registri espressivi più compassati e vari.

Già i riverberi vagamente psych e i fremiti wah-wah su compunte linee acustiche del finale di “Black Rain” si distaccano non poco dalle abituali trame chitarristiche, ma è la successiva “Father” a voltare pagina in via definitiva, segnando una netta cesura attraverso il suo minimalismo a base di crepitii e texture elettroniche, sulle quali la voce della Wright assume toni ovattati ed evocativi come forse solo in quella splendida “Last Things Last” con cui contribuì all’ultimo “Systems/Layers” dei Rachel’s.
Da qui innanzi, l’album prosegue su una linea conduttrice di romanticismo, che denota ancora evidentissimi tributi all’esperienza con Yann Tiersen e alle sue frequentazioni francesi: strumento centrale diviene il pianoforte, che si sposa con la chitarra elettrica o si accosta a delicate note d’organo, fino a brillare da protagonista nei tempi perfetti della ballata “Strings Of An Epileptic Revival”, che fa pensare alla PJ Harvey di “White Chalk”.

Nonostante le modalità comunicative più morbide e raffinate, non si può certo dire che Shannon Wright abbia smarrito il senso di inquietudine che ne ha caratterizzato tutta la produzione. Quell’inquietudine è adesso soltanto convogliata secondo modalità più misurate e solo in apparenza convenzionali, ma non per questo meno efficaci: basti aver riguardo alla vivida intensità del pianoforte, a interpretazioni sinuose e sempre molto ispirate, nonché alle manipolazioni elettroniche e all’inarcarsi stridente degli archi, che in “Never Arrived” confezionano una ballata di obliquo straniamento degna delle “Failing Songs” di Matt Elliott.
Se con “Let In The Light” Shannon Wright aveva appunto fatto filtrare la luce nella sua tormentata vis artistica, con “Honeybee Girls” mette a fuoco una nuova dimensione, che proprio dalle sue precedenti esperienze trae la carica espressiva indispensabile per definirne compiutamente la personalità.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 18 settembre 2009 da in recensioni 2009.
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