music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Season Of The Sparks

ADRIAN CROWLEY – Season Of The Sparks
(Chemikal Underground, 2009)

Al quinto album, per Adrian Crowley è forse giunto il momento di cominciare a essere apprezzato anche al di fuori della sua Irlanda e, soprattutto, della ristretta cerchia di quanti hanno finora alimentato il piccolo culto del suo stile intimo e placido, ben distante qualsiasi retorica immagine del cantautore tutto voce e chitarra.

Dopo un’attività ormai decennale, l’artista di Galway sbarca idealmente sulla maggiore delle isole britanniche, trovando adesso ampia diffusione internazionale attraverso la pubblicazione di questo suo nuovo “Season Of The Sparks” da parte dell’importante Chemikal Underground.

Al di là dei dati formali, il lavoro prosegue in quel percorso di affrancamento di Crowley dallo stereotipo cantautorale già evidenziato dal precedente, ottimo “Long Distance Swimmer”. Anzi, “Season Of The Sparks” accentua la tendenza dell’artista irlandese a proporre ballate spoglie e dalle atmosfere sospese, rinunciando quasi del tutto all’accompagnamento della chitarra – acustica o elettrica che sia – per impostare le sue scarne costruzioni melodiche in prevalenza su rarefazioni create da austere folate d’archi o da uniformi note d’organo. Ed è proprio la sobria profondità delle interpretazioni di Crowley a costituire spesso l’unico elemento melodico atto a conferire movimento a strutture orchestrali trasognate, in bilico tra sottile straniamento psichedelico e romanticismo trobadorico.

L’idea di base è intrigante e ambiziosa, tuttavia molti dei brani che ne risultano appaiono sovente disorganici e non adeguatamente supportati da componenti strutturali e compositive in grado di rendere meno monocorde la resa pratica di una consapevole predilezione per l’essenzialità. L’elegante lirismo dell’artista irlandese riesce così ancora a esprimersi in maniera convincente quando i tratti notturni del suo cantautorato da camera si ammantano di variazioni in grado di esaltare i ricordi lontani e quel senso di pacata nostalgia che costituisce il fulcro della poetica di tutto l’album.

Mentre infatti l’immobilità visionaria della versione di “Squeeze Bees” di Ivor Cutler e la scarsa definizione armonica di brani quali “Swedish Room” e “Pay No Mind (To The Dawn Cryer)” finiscono per mostrare la corda di un’eccessiva piattezza, più riusciti possono considerarsi gli episodi nei quali arrangiamenti e cantato acquisiscono di pari passo varietà e decisione: è il caso del semplice e pure compiuto lirismo di “The Three Sisters” e della title track, nonché di “The Wishing Seat” e “Liberty Stream”, ove si affaccia un discreto contributo percussivo, che sostiene un’articolazione strumentale a supporto dell’alternanza tra incedere elettrico e sonorità liquide o, rispettivamente, di note pianistiche e arrangiamenti ariosi.

Tali ultimi elementi riecheggiano le coinvolgenti suggestioni di “Long Distance Swimmer”, la cui rideclinazione di un partecipato intimismo sulla direttrice Drake-Kozelek non viene qui nel complesso eguagliata, soverchiata com’è da un’accurata ricercatezza sonora, che tuttavia finisce per risultare penalizzante in termini di immediatezza e ampiezza di respiro dei brani. Benché non possa sbrigativamente etichettarsi come classico album di transizione, da “Season Of The Sparks” traspare l’urgenza espressiva che Crowley ha inteso convogliare in un album dalla genesi molto più breve rispetto a quella dell’ottimo predecessore. E proprio per questo motivo alcuni passaggi denotano una certa incompiutezza, pur lasciando intravedere i tratti di una graduale trasformazione in senso minimale-cameristico nello stile del cantautore irlandese, adesso verosimilmente pronto per il grande salto da oggetto di culto ad artista rinomato su scala più vasta.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 novembre 2009 da in recensioni 2009.
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