music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

…And Then We Saw Land

TUNNG – …And Then We Saw Land
(Full Time Hobby, 2010)

Dopo il fulminante e prolifico triennio nel quale hanno licenziato i loro primi tre album ufficiali, Mike Lindsay e Sam Genders hanno deciso di prendersi un po’ di tempo per riordinare le idee, prima di proseguire il percorso artistico dei loro Tunng. Ozio senz’altro operoso, poiché coinciso con un’intensa attività dal vivo e con molteplici attività parallele – da rimarcare quella che ha visto come protagonista Genders nel progetto The Accidental – ma quanto mai opportuno per evitare di inaridire con repliche calligrafiche la travolgente freschezza della loro proposta.

Mentre infatti tutti i lavori compresi tra “Mother’s Daughter And Other Songs” e “Good Arrows” presentavano un comune denominatore piuttosto definito, il nucleo creativo dell’ormai stabile collettivo inglese deve aver sentito la necessità di trovare una diversa sistemazione delle tessere della sfavillante e coloratissima declinazione moderna di un folk-pop dalle radici antiche.

Il cambiamento era dunque nell’aria e, puntualmente, trova riscontro nel nuovo “…And Then We Saw Land” che, pur senza distaccarsi in maniera troppo sensibile dai dischi precedenti, presenta tuttavia un’attitudine diversa e in un certo senso più minimale che in passato. Insomma, niente svolte vere e proprie, né tanto meno elementi metal (come Lindsay aveva beffardamente annunciato nel corso di un’intervista), eppure tante piccole diverse gradazioni atte a mutare le predominanti cromatiche del consueto caleidoscopio realizzato dai Tunng.

Non si tratta di vera e propria cesura, quanto di una ricombinazione di elementi che conduce da un lato a una loro più autonoma enfatizzazione, dall’altro a incastri mutevoli tra limpidezza folk-pop atemporale, incursioni elettriche e riaffioranti tracce folktroniche.

Di diverso, in “…And Then We Saw Land” vi è soprattutto l’attenuazione della scatenata freschezza degli album precedenti: le tonalità sono più sfumate e lo stesso modo di approcciare la musica da parte della band appare più curato e serioso, che non rinuncia a divertissement a base di chincaglieria elettroacustica e improvvisi accenti dal sapore rock sixties, ma ne contingenta la presenza sensibile in episodi definiti, confinandoli altrove a mero contorno.

La minore immediatezza e il più basso profilo assunto nel corso dell’album non implicano tuttavia una diminuzione di quella naturalezza che, invece, trova adesso espressione proprio nelle strutture cangianti e irregolari di molti brani. Basti prendere ad esempio le frizzanti sincopi di “October”, i poliedrici spunti ritmici di “Santiago”, il vorticoso succedersi di suggestioni dello strumentale “By Dusk They Were In The City” e la tribalità freak post-moderna di “Sashimi” (con un coro che rimanda addirittura a quello di “Gobbledigook” dei Sigur Rós).

Ma in parallelo con le continue giustapposizioni di suoni, i Tunng non trascurano la semplicità melodica, attraverso la quale regalano essenziali ballate bucoliche, pervase da obliqui sentori folk ancor più espliciti che in passato. Determinante, in tal senso, è anche l’accresciuto contributo di Becky Jacobs, le cui aggraziate interpretazioni si affacciano sovente in dialoghi vellutati come quelli dell’indovinato singolo “Hustle” e soprattutto degli ancestrali spaccati della ondeggiante “It Breaks” e della limpida “With Whiskey”, la cui vivace linearità melodica segna, non a caso, uno dei passaggi meglio compiuti dell’album.

Senza rinunciare affatto a quelle stralunate aperture elettroacustiche per le quali hanno saputo farsi apprezzare, in “…And Then We Saw Land” i Tunng rendono più che mai schietto il loro legame con una tradizione folk, rielaborata a metà tra minimalismo e coralità, con un piglio folktronico deciso come non lo si sentiva dai tempi del primo “Mother’s Daughter And Other Songs”.

Sono queste, in definitiva, le note più liete di una transizione, da non travisarsi tuttavia sotto forma di semplice ripiegamento sul passato della band e delle sue ascendenze: la terra all’orizzonte evocata dal titolo non è ancora così vicina, ma i Tunng sono certamente già salpati nella direzione di rinnovate sfide artistiche.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 6 marzo 2010 da in recensioni 2010.
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