music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

In Black Robes

SARAH JUNE – In Black Robes
(Silber, 2010)

A vedere le sue foto, la si potrebbe scambiare per una Suicide Girl: acconciatura gotica, espressione ammiccante, atteggiamenti tra dark e post-punk. Invece, ad eccezione di qualche sfumatura oscura, nella sua musica non è dato riscontrare nulla o quasi dei cliché superficialmente suggeriti dal suo aspetto: all’apparenza della sofisticata “streghetta” Sarah June sembra infatti prediligere nettamente quella di una musa delicata, che non rinuncia ai suoi abiti neri (ai quali è del resto consacrato il titolo dell’album), indossandoli tuttavia con una grazia minimale, che per esprimersi non necessita altro al di fuori di una chitarra acustica e di una voce la cui tonalità fanciullesca non può non materializzare il ricordo di Alison Shaw dei Cranes.

“In Black Robes” è il secondo album della giovane artista di stanza a San Francisco, rivelatasi a livello internazionale in seguito all’inserimento di due suoi brani nella compilation “Ten” (curata dalla Trace Recordings di Mark Beazley aka Rothko), dopo che il suo debutto “This Is My Letter To The World”, pubblicato nel 2008 da Hand Eye, aveva ricevuto una diffusione notevolmente inferiore a quella meritata.

Dell’intrigante freschezza di quel lavoro, Sarah June replica qui in buona sostanza strutture e tematiche, mettendo in mostra un cantautorato limpido e schietto, incentrato sui temi dell’amore, della morte e dell’assenza e modellato soltanto da note acustiche talora piuttosto nervose e irregolari e dalle variazioni di un registro vocale non certo amplissimo ma fortemente duttile nell’assumere molteplici colorazioni espressive.

Se infatti la parte preponderante delle tredici brevi canzoni contenute in “In Black Robes” si attesta sulla declinazione gotica di un folk acustico minimale a base di sola voce e chitarra, non mancano melodie sinuose e sognanti sulla falsariga di Hope Sandoval (le ottime “From My Window High” e “The Reaper”), blues dal passo svelto (“Bluesy Melody”) e persino raffinate citazioni jazzy, con il contrabbasso a fornire un minimo di ritmo (“Brand Of Bitterness”). Essenziale elemento conformativo dei diversi contorni dei brani resta però sempre il limpido picking della June, in prevalenza languido e seducente ma altresì capace di alternare note calde e vivaci, iterazioni insistite e arabeschi talvolta più contorti.

Sono questi accordi, semplici ma mai banali, a costituire i puntelli luminosi intorno ai quali l’artista americana costruisce un’estetica brillante che tende a sfociare nelle torsioni oscure di mantra che narrano di scheletri e fantasmi (“Judgment Day”) o di rose che feriscono (“Sally Go ‘Round The Roses”).

Deliziosa e intrigante nonostante la formula a lungo andare piuttosto monocorde, “In Black Robes” si rivela tuttavia un’opera in grado di coniugare con discreta personalità un goth-folk di stampo cantautorale e melodie cristalline, che nella freschezza di Sarah June e nel suo peculiare registro

Interpretativo trovano un equilibrio che smentisce agevolmente tanto i cliché dark quanto quelli del cantautorato folk al femminile.

Chi l’ha detto, infatti, che un’eterea musa folk non possa vestire in abiti neri?

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 17 marzo 2010 da in recensioni 2010.
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