music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Ghost Stations

DOLLBOY – Ghost Stations
(Second Language, 2010)

La seconda uscita della serie di limitatissime edizioni a sottoscrizione offerte dalla Second Language, etichetta creata da David Sheppard, Martin Holm e Glen Johnson sembra avere qualcosa a che fare con l’interesse concettuale e musicale di quest’ultimo per spettri, atmosfere incantate e luoghi abbandonati.

“Ghost Stations” è infatti il quarto lavoro firmato da Oliver Cherer aka Dollboy, che per l’occasione tralascia la sua vena folktronica e l’accentuata propensione al pop dell’ultimo “A Beard Of Bees”, in favore di una desolata ambient music che spazia variamente da elementi jazzy e post-classici a un’elettronica più contorta e dalle sembianze notturne.

Prodotto in soli 150 esemplari (in una splendida edizione cartonata, corredata dalle solite piccole peculiarità già usuali per la Second Language), l’album è interamente ispirato alle stazioni dismesse delle reti sotterranee di trasporto urbano di Londra e Berlino, non-luoghi il cui tempo sospeso Cherer ha riempito, catturando suoni e istantanee di vita sospese e irripetibili.

Le stazioni fantasma londinesi – celebrate nella prima parte del disco – sono monumenti di archeologia post-moderna, affioranti nel tessuto urbano della capitale britannica ma ormai completamente abbandonate, ovvero appena scorgibili nel corso dei quotidiani percorsi nell’Underground. Quelle berlinesi – alle quali è dedicata la seconda e più breve parte del disco – sono invece tornate attive in seguito all’unificazione tedesca, dopo decenni di forzato abbandono dovuto alla necessità di separare le reti metropolitane ai tempi della divisione tra Est e Ovest.

Tratto comune a entrambe le due lunghe tracce, ripartite in movimenti dedicati alle diverse stazioni, è il tentativo di rendere in musica tanto la desolazione quanto la vita metaforicamente custodita dai tunnel, dalle arcate e dalle banchine di luoghi pensati per essere asettici e inespressivi, ai quali invece proprio il successivo abbandono ha conferito profondità di significati. Almeno questo è il modo in cui li ha interpretati Cherer, rinunciando all’astratto descrittivismo di un semplice tappeto sonoro, in favore di un più complesso itinerario sotterraneo immaginario, che prova a materializzare i fantasmi del tempo che fu, vivificandoli e rendendoli presenti sotto forma di suoni, esili drone e occasionali field recordings e persino un imprevedibile frammento di “She’s A Rainbow” dei Rolling Stones.

Si tratta, in senso ampio, di ambient music, tuttavia declinata secondo un minimalismo incantato ma in lenta, costante evoluzione. Così, lungo la mezz’ora del lato “londinese” del lavoro, si susseguono tenui correnti percussive, dilatazioni appena accennate e partiture post-classiche richteriane, delineate dal pianoforte e supportate qua e là da dolenti note di tromba. Il tutto è percorso da misurate texture elettroniche, che fungono da cornice per gli altri elementi e solo in rade occasioni si avviluppano in drone e flussi sonori più tangibili. Il più breve lato berlinese (ventitre minuti) sembra invece assorbire le fascinazioni della musica tedesca, attraverso l’accostamento di morbide incursioni di synth e citazioni kraftwerkiane alle impalpabili, spettrali colonne sonore della prima parte del disco.

Ancorché di approccio non agevolissimo, “Ghosts Stations” riesce nell’intento di gettare un ponte musicale tra realtà e irrealtà, tra memorie e vuoti tangibili e così anche tra stili espressivi che coniugano elettronica e strumentazione reale, ricombinandole con una sensibilità cinematica e un piglio sperimentale, che di Oliver Cherer rivelano un profilo artistico finora ben poco esplorato e in parziale controtendenza rispetto ai suoi orientamenti recenti.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 15 aprile 2010 da in recensioni 2010.
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