music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

And So It Is Morning Dew

THE BEAR THAT WASN’T – And So It Is Morning Dew
(Friendly Man’s Set Up/PIAS Belgium, 2010)

Soffrite di astinenza da Sufjan Stevens? Amate le raffinate orchestrazioni di Andrew Bird? Siete alla continua ricerca di loro degni eredi o comunque di artisti ad essi accomunabili per classe melodica e raffinatezza degli arrangiamenti? Bene, se la risposta a queste tre domande è positiva, vuol dire che la vostra prossima sosta obbligata è il Belgio, paese natale di tal Nils Verresen, cantautore che giunge al debutto discografico con il proprio progetto The Bear That Wasn’t, dopo essersi segnalato in un concorso riservato ad artisti indipendenti nel 2008.
Accompagnato da una vera e propria band, chiamata ad arricchire i suoi angelici bozzetti melodici di un respiro armonico e di un adeguato complemento strumentale, nei dodici brani di questo freschissimo “And So It Is Morning Dew”, Verresen condensa un campionario di canzoni dalle tinte tenui, brillanti nella loro innocente immediatezza, incorniciate da ariosi arrangiamenti d’archi e sovente impreziosite dai cammei in controcanto della dolce Silke Blankers.

Chi ha avuto occasione di visitare il Belgio probabilmente non rimarrà del tutto sorpreso dal tono di questo lavoro: della terra di origine si ritrova la bucolica tranquillità della sua verdeggiante campagna, la malinconica gioia che si respira tra i vicoli e le piazze di Buxelles, la ritrosa e sobria bellezza della straordinaria Bruges. E, assaporando “And So It’s Morning Dew”, si ha a volte la sensazione che ogni brano sia il primo sorso di una corposa birra artigianale di quelle parti, dal sapore deciso e gentile, con sfumature ogni volta diverse.

Le canzoni di Verresen sono velate dal medesimo diafano spleen veicolato anche dal suo registro vocale e caratterizzate da narrazioni disincantate e timide inclinazioni all’ottimismo (“We’re still inside/ Come, get us out that cave alive/ There still is time/ To set things right”), spesso sotto forma di allegorie fiabesche (si veda la delicata storia delle due gocce d’acqua di ” Ballad Of Two Raindrops “).
Per temi e levità melodica, la scrittura dell’artista belga resta ben distante dall’ombelicale autocommiserazione di tanti cantautori uggiosi (e noiosi); il messaggio contenuto nelle sue canzoni sembra anzi affermare la consapevolezza di un’inevitabile imperfezione della vita, come tale accettata e osservata anche nei suoi aspetti positivi.
“Remembering the good stuff/ Treasuring the good start/ Our minds are listening/ But our heart is drifting away” canta Verresen verso la fine di “Winterwandering”, esemplificando così il sapore agrodolce di un lavoro le cui aggraziate ballate vivono in equilibrio tra linearità melodica e ampie aperture cameristiche, allo stesso modo in cui il loro mood sembra soggetto alla mutevolezza atmosferica e a quella distimia post-adolescenziale appena temperata da interpretazioni mai fuori tono nemmeno nei rari momenti di più sofferta partecipazione emotiva.

Tra dolcezze reminiscenti di Elliott Smith (“Winter Wandering”, il duetto “They Are The Donut People”), brani che suonano come se Sufjan Stevens avesse scovato gli strumenti per la propria sgangherata orchestrina da un rigattiere (“Your Huckleberry Friend”) e improvvisi squarci indie rock anni novanta che richiamano alla mente in maniera piuttosto inaspettata e sorprendente le melodie più sognanti dei Built To Spill (“Headphones”), “And So It’s Morning Dew” è una amabile e riservata epopea dell’ordinario, del minimo, che trasmette emozioni sottili, lievi e calde, e invita l’ascoltatore a indagare e godere i piccoli piaceri della vita.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 28 aprile 2010 da in recensioni 2010.
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