music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Something That Has Form And Something That Does Not

ON – Something That Has Form And Something That Does Not
(Type, 2010)

Tra i tanti progetti del compositore francese Sylvain Chauveau, On, che lo vede accanto a Steven Hess (Haptic, Ural Umbo) è da sempre stato il più peculiare e ambizioso, ancorché quello dall’attività meno frequente.
La specificità sottesa a On risiede nella metodologia che ha presieduto ai due album precedenti e alla quale non sfugge nemmeno il terzo lavoro del duo, “Something That Has Form And Something That Does Not”. In pratica, i due musicisti si ritrovano nello studio chicagoano di Hess per una serie di improvvisazioni sui rispettivi strumenti (la batteria metronomica di Hess e la chitarra o le tastiere di Chauveau), dopodiché “invitano” un terzo musicista e gli commissionano il missaggio e il riarrangiamento elettronico delle risultanze della loro session.

Per l’occasione, il ruolo di artefice del suono finale del disco è stato assegnato a Christian Fennesz, peraltro già partecipe delle vicende di On in alcune esibizioni dal vivo risalenti al 2004.
L’intervento del maestro elettronico austriaco è al tempo stesso sensibile e discreto, riscontrabile da un lato nell’innesto di caratteristici soundscapes sospesi tra distorsioni e sinfonie ambientali e, dall’altro, da passaggi nei quali la sua opera si ritrae, esaltando le trame strumentali originarie.

Il biglietto da visita dell’iniziale “The Inconsolable Polymath” è rappresentato proprio da folate distorsive impalpabili, che ben presto lasciano emergere armonie pulsanti e tutta una serie di glitch e stratificazioni astratte, destinate, ad esempio, a incorniciare, in guisa di frammenti rumorosi distanti, cadenze ritmiche appena accennate o minimali piéce di piano elettrico. È in particolare il caso della title track, nella cui sua stessa denominazione riecheggiano melodie pianistiche decisamente assimilabili a quelle dell’ultimo disco solista di Chauveau, “Singular Forms (Sometimes Revisited)”. Si tratta tuttavia, dell’unico punto di contatto riscontrabile in un’opera che tende a discostarsi da quelle recenti di tutti gli artisti coinvolti, come dimostra anche l’elevato livello di omogeneità conseguito, reso evidente dalla non sempre agevole riconoscibilità delle improvvisazioni originali rispetto alla successiva introduzione di manipolazioni e suoni processati.

Esito finale di questo esperimento inbilico tra improvvisazione e meditato lavorio digitale è ben esemplificato dai quasi venti minuti della conclusiva “The Sound Of White”, praticamente un’ascetica colonna sonora nella quale confluiscono detriti armonici, reiterate astrazioni elettroniche e propulsioni in lenta ma costante progressione. Proprio per questo, nonostante il suo carattere di opera tutto sommato marginale per i rispettivi percorsi artistici, “Something That Has Form And Something That Does Not” riesce a offrire discreti sprazzi dalla classe di tre indiscusse eccellenze, dalle modalità espressive diverse ma affini nei loro approcci a ricche texture ambientali.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 28 luglio 2010 da in recensioni 2010.
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