music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

All Delighted People

SUFJAN STEVENS – All Delighted People E.P.
(Asthmatic Kitty, 2010)

Sorpresa, Sufjan Stevens sta per tornare. Anzi, è già tornato!
Quando già qualche dubbio cominciava ad addensarsi sulla persistente vitalità dell’ispirazione – una volta estremamente prolifica – dell’artista del Michigan, dopo cinque anni trascorsi tra outtakes, canzoni natalizie, musical e collaborazioni varie, eccolo irrompere nel pieno della controra discografica agostana, prima con una corposa pubblicazione digitale e, subito dopo, con l’annuncio di un imminente, agognato nuovo album.
Il successore dell’acclamato “Illinois”, intitolato “The Age Of Adz”, vedrà infatti la luce il prossimo 12 ottobre, mentre a farvi da ricca (e, chissà, forse pure sviante) anteprima provvede questo sedicente Ep di ben un’ora di durata, rilasciato in streaming gratuito e download a pagamento, senza che nessuna anticipazione fosse prima circolata a riguardo.

A dispetto della pubblicazione in sordina e dell’apparente disorganicità dei brani in esso contenuti “All Delighted People” è tutt’altro che un’opera minore nel percorso del funambolico artista/cantautore/arrangiatore, poiché ne ripropone un’ispirazione niente affatto inaridita da una latitanza dalle scene per lui del tutto inusuale.
L’Ep (che si continuerà a identificare come tale per esclusiva coerenza con la denominazione ad esso attribuita) è costituito per quasi due terzi della sua durata da due versioni leggermente diverse del brano dal quale prende il titolo e da un brano finale di oltre diciassette minuti. Sono questi i pezzi nei quali Stevens dà libero sfogo alla sua vocazione orchestrale e da musical, in un caleidoscopio di passaggi e trasformazioni che sarebbe arduo e oltremodo pedante riportare passo per passo; quasi a far da contraltare alla grandiosità di queste lunghe tracce, accanto ad esse sono collocate cinque canzoni più brevi, di cantautorato acustico scarno e intimo, eppure per niente scontate, né tanto meno prive di divagazioni.

Il lavoro si presenta dunque con i quasi dodici minuti della title track, nella sua “Original Version”: un susseguirsi di svolte melodiche e arrangiamenti grandiosi, che nulla hanno da invidiare ai pluricelebrati Terry Riley e Van Dyke Parks. Si tratta, tuttavia, di un’orchestralità ben diversa da quella di “Illinois”, senz’altro filtrata attraverso l’esperienza di “The BQE”, contornata da una ricorrente polifonia vocale e inframezzata da continui interludi, che vanno da improvvisi spasmi e decostruzioni a uno stralunato gusto per l’arrangiamento degli archi da musical seventies, fino alla melodia fiorita del finale. Con buona pace della sua tematica apocalittica ad esso sottesa (“what difference does it make if the world is a mess?”), lungo buona parte del brano si affacciano immancabili i giocosi divertissement di Stevens, sotto forma della saltuaria incursione di suoni “extra ordinem” e persino della parafrasi successiva al primo improvviso passaggio di quiete acustica, che suscita un inevitabile collegamento con Simon & Garfunkel e subito disorienta con la successiva ripresa del testo “hello darkness my old friend”, che però prosegue “it breaks my heart, I’ve come to strangle you in spite of what you’ve left”.
Senza particolari forzature, Sufjan Stevens riesce a strappare un sorriso, ma si dimostra, come sempre, artista estremamente serio e accurato nel suo certosino lavoro sui suoni e sulla scrittura.

Se infatti la “Classic Rock Version” della title track non fa altro che concentrarne i tempi a “soli” otto minuti, incrementando le cadenze ed enfatizzando le parti elettriche, i cinque pezzi di cantautorato più puro e, in un certo senso, “canonico” presentano da un lato un songwriting ispirato – ancorché non paragonabile ai livelli di una “Size Too Small” o di una “John Wayne Gacy, Jr.” – dall’altro sono contrassegnati da soluzioni più varie rispetto alla semplice superficie di sola voce e chitarra (o banjo). Le melodie non sono infatti mai banali, né lineari come potrebbero apparire, l’introspezione del mood non è particolarmente positiva e la dolcezza notturna di pianoforte e note acustiche si conforma di volta in volta nel passo sciolto di un caldo picking (“Heirloom” e la sottilmente psichedelica “Enchanting Ghost”, entrambi pezzi dalle tonalità affini a quelle di “Michigan”) e nelle meste cadenze della ballata pianistica “The Owl And The Tanager”, senza tuttavia rinunciare a qualche digressione in chiave analogica. È il caso dell’esito liquido e quasi lounge che restituisce speranza ad “Arnika” (che pure recita “I’m tired of life, I’m tired of waiting for something”) e dei piccoli disturbi che, nell’anthemica “From The Mouth Of Gabriel”, coniugano una qualche attinenza natalizia con i malcerti esperimenti giovanili dei tempi di “Enjoy Your Rabbit”.

A suggellare quest’uscita stramba ma grondante spunti di interesse giunge infine la monumentale “Djohariah” (delicata dedica alla little sister di Sufjan), con una sbornia di cori, schitarrate acide, battiti elettronici, cadenze soul, profluvio di fiati e melodie leggiadre che fungono da intro di ben dodici minuti alla pare cantata, una sorta di più conciso slight return intimista, in deliberato diminuendo, che segue alle aperture da rock-opera sinfonica della lunga parte iniziale.
E non è tutto, poiché l’analisi sopra esposta non pretende di certo di risultare esaustiva, rispetto all’ascolto, unico rivelatore dell’incredibile (ma quasi mai sovrabbondante) ricchezza degli snodi melodici e delle soluzioni di arrangiamento proposte da Stevens con una naturalezza e un’attitudine al trasformismo che possono senza remore definirsi geniali. E pensare che si tratta solo di un “Ep” dalla natura spuria, materializzatosi dal nulla poche settimane prima di un disco che – ci si può scommettere – non mancherà di riservare ulteriori sorprese.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 7 settembre 2010 da in recensioni 2010.
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