music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Secret Blood

SHANNON WRIGHT – Secret Blood
(Vicious Circle, 2010)

Superato il decennio di attività artistica, coinciso con la pregevole “svolta” di “Honeybee Girls”, Shannon Wright sembra voler dare immediata continuità a quel lavoro che aveva tradotto la sua inquietudine in forma morbida e raffinata come non mai. Ad appena un anno di distanza, alle sinuose partiture pianistiche del suo sesto album tiene dietro il nuovo “Secret Blood”, come ormai d’abitudine pubblicato dalla francese Vicious Circle e stavolta improntato a una sorta di bilanciamento tra la recente mutazione romantica e la propensione a sperimentalismi elettronici, e al ritorno al primo amore di segmentazioni ritmiche e chitarristiche assai impetuose.

Il primo elemento di “Secret Blood” a balzare all’attenzione è infatti proprio la ritrovata urgenza espressiva che aveva caratterizzato lo stile abrasivo dell’autrice di Jacksonville e che sembrava essere stato via via sgrezzato in favore di un’accresciuta sensibilità melodica e di quella trasformazione da pur peculiare riot grrl a sobira signora dal cuore rivolto alla Francia, sua terra d’elezione artistica dai tempi della splendida collaborazione con Yann Tiersen in poi.
Eppure, i cento secondi dell’intro “Palomino” lascerebbero intendere qualcosa di diverso, attraverso vocalizzi eterei e screziature ambient-psych: gli spasmi controllati, le alternanze di tempi e le segmentazioni a colpi di ripetuti stop and go sopravvengono tuttavia già in “Violent Colors”, le cui cadenze stranianti rimandano in qualche misura alla Louisville di metà anni 90. Ancor più urticante è l’impatto chitarristico di “Fractured” e della breve “Commoner’s Saint”, che davvero sembrano voler riportare la macchina del tempo a ruvidezze giovanili, di fatto mai del tutto smussate.

Benché di tutta evidenza più aspro del suo predecessore, “Secret Blood” non vede tuttavia Shannon Wright semplicemente violentare la sua chitarra né cimentarsi nuovamente in urletti e interpretazioni sgraziate; al contrario, il suo maturo atteggiarsi a “signora” dell’alt-rock statunitense al femminile non solo rende più ovattate le linee melodiche disegnate su torsioni e persistenze di feedback, ma soprattutto tende a diradare i tempi nella suadente “In The Needle”, lasciando riaffacciare armonie pianistiche, morbide in “On The Riverside” e inquiete in “Satellites”.
Proprio questi ultimi episodi denotano tuttavia l’assenza di quella scintilla che aveva reso “Honeybee Girls” il disco forse più fluido ed emozionante dell’artista americana: le melodie paiono soffocate e non sempre compiute, frammenti e bozzetti registrati di getto o quasi (non a caso, molti brani presentano durate molto brevi) piuttosto che “canzoni” frutto di un ricercato lavoro di cesello.

Tutto ciò induce a considerare l’album poco più di una sorta di appendice a “Honeybee Girls”, come sempre ben realizzata e non priva di alcuni episodi pregevoli (tra tutti, l’equilibrata ballata “Under The Luminaries”), ma in definitiva più prossima a un mezzo passo indietro rispetto alla rinnovata dimensione messa a fuoco nel disco precedente che non a un suo ulteriore stadio di sviluppo sostanziale.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 12 novembre 2010 da in recensioni 2010.
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