music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Notes From The Infirmary

SMALL TOWN BOREDOM – Notes From The Infirmary
(T.R.O.M.E., 2010)

A poco più di due anni dal sorprendente esordio “Autumn Might Have Hope”, il duo scozzese formato da Fraser McGowan e Colin Morrison offre un secondo capitolo della sua narrazione del grigiore e del senso di abbandono espressi nella sua musica e nella stessa denominazione Small Town Boredom.
In coerenza con l’understatement già ampiamente palesato nell’album di debutto, “Notes From The Infirmary” giunge quasi inaspettato, senza nemmeno un annuncio da parte dell’etichetta (l’ottima Trome, alias The Remains Of My Estate), peraltro a sua volta reduce da un prolungato periodo di stasi.

Eppure, in questi due anni e mezzo qualcosa sembra mutato, quanto meno a livello estetico-formale, nei catatonici bozzetti sonori di un duo che coniuga in maniera eccelsa linearità melodica, narcolessie barziniane e modalità realizzative casalinghe. Innanzitutto, questa volta l’album è prodotto in una curata edizione in cd, rispetto al solo vinile limitato di “Autumn Might Have Hope” e, soprattutto, segna una significativa variazione sotto il profilo espressivo e di scrittura: laddove, infatti, il disco precedente si atteggiava ad articolata narrazione, costituita da quattordici pezzi di atmosfere e durate varie, “Notes From The Infirmary” condensa in sei brani lo stadio successivo di quelle speranze autunnali disilluse, sussurrate con grazia trasognata e dolce malinconia, ovvero l’inverno di un animo fiaccato dalla vita, che nella musica cerca sollievo dai propri patimenti.
Non a caso, tra i versi sostenuti dalla costruzione melodica incrementale di “Song For Matthew Leonard” si leggono scarni messaggi di perdita e rimpianto, racconti di notti insonni in preda a distacchi appena leniti dalla trasformazione in senso più fluido e deciso del dialogo tra arpeggi acustici e avvolgenti loop in media fedeltà.

Già da tale “biglietto da visita” emerge con una certa chiarezza lo sviluppo della cifra sonora del disco, sempre improntato a un mood invariabilmente dimesso, ma connotato da un confortevole abbraccio di atmosfere intime e ovattate, alle quali un contributo fondamentale è stato senz’altro apportato dal lavoro post-mastering di Mark “Rothko” Beazley. A field recordings granulari e stille acustiche al rallentatore si affiancano di tanto in tanto nel corso dell’album toni e riverberi che incorniciano di un’aura trasognata e caliginosa melodie virate in seppia e dal passo talora pesante (in particolare in “Black Cart Ways”).

Nastri scorrono serafici in sottofondo, ad affiancare sospiri torbidi e instillando una certa inquietudine su delicatezze acustiche e saltuari intrecci vocali (“Void Lighting”). Ma lo spleen degli Small Town Boredoms continua ad avere un sapore quasi dolce, come quello della serena accettazione di una condizione generata dalla propria sensibilità, decisamente più contemplativa che irruente, visto il registro slow/sad-core prescelto per la musica chiamata a veicolarlo. Unica deviazione dallo stato di tensione latente è rappresentata dal minuto di spasmo elettrico compreso nella parte finale di “Worlds Most Unwanted”, che corona con un urlo strozzato (!) la trama di un brano sviluppato tra piano cadenzato, torsioni ritmiche, un crescendo quasi post-rock e progressive sospensioni temporali, dilatate fino al completo silenzio che prelude alla brusca – e imprevedibile – esplosione.

Eppure, persino in quest’occasione il duo non smarrisce il proprio impressionismo melodico, che torna a farsi deliziosamente sonnolento sui battiti indietronici della conclusiva “Moments For Denial”, che conduce il lavoro alla sua conclusione, mentre Fraser canta imperturbabile “I never wanted this to end”, chiudendo così il cerchio del nostalgico senso di mancanza che corre lungo tutta la scarna ma pregevole produzione degli Small Town Boredoms. E chissà che la difficoltà nell’affrontare le cose che finiscono non possa essere in qualche misura riflessa proprio sull’estrema concisione di “Notes From The Infirmary”, disco che termina la sua corsa appena raggiunta la mezz’ora di durata, lasciando l’impressione di una nuova pregevole prova da parte del duo di Paisley, la cui ritrovata linearità e concisione compensa più che adeguatamente l’apparente minore immediatezza di brani modellati come piccole miniature nascoste nell’ombra.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 2 dicembre 2010 da in recensioni 2010.
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