music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Cervantine

A HAWK AND A HACKSAW – Cervantine
(L.M. Dupli-cation, 2011)

Sorge sempre il dubbio, di fronte alle ormai consolidate incursioni di alcuni artisti nelle tradizioni musicali dell’Europa più profonda, se ci si trovi in presenza di un genuino tentativo di compenetrazione culturale ovvero di un semplice interesse “turistico”, magari incentivato dalle luci dei riflettori che negli ultimi anni, per un motivo o per l’altro, si sono sovente soffermate sui colori sgargianti e sulla polverosa malinconia balcanica.

Nel caso di Jeremy Barnes e Heather Trost, la sensazione è stata sempre in prevalenza nel primo senso, in ragione dei risultati conseguiti nei loro quattro album a nome A Hawk And A Hacksaw, ma soprattutto delle approfondite ricerche compiute in loco su suoni e tradizioni dell’Europa orientale.
Dalla loro Albuquerque a Budapest e da lì percorrendo in lungo e in largo i Balcani, fino alla Grecia e oltre il Bosforo, alla ricerca degli inscindibili legami storici di quella parte d’Europa con il vicino Oriente, il duo americano ha voluto abbracciare quei luoghi, vivendoli per coglierne finanche colori e odori, da restituire in musica sotto forma di piéce per orchestrine gitane e fanfare cristallizzate in un altrove temporale. È quel che avviene anche nel suo quinto lavoro, “Cervantine”, primo a essere pubblicato dalla neonata etichetta L.M. Dupli-cation, facente capo alla stessa band e intesa a ospitare altre produzioni animate dal medesimo intento di “etnologia musicale”.

Anzi, in questo caso l’obiettivo di A Hawk And A Hacksaw è, se possibile, ancora più ambizioso, in quanto il loro terreno d’indagine si espande sempre più, descritto com’è da continui salti da una regione all’altra del vecchio continente, in un frenetico tentativo di sincretismo, volto a individuare denominatori comuni anche al di là degli innegabili divergenze tra le matrici sonore e culturali di Est e Ovest, della mitteleuropa e delle coste mediterranee.
Ne risulta un disco inevitabilmente disomogeneo, scisso tra una prima metà più baldanzosa e festante e una seconda parte sgangherata e sospesa, nella quale le danze scatenate dei brani iniziali portano in superficie l’endemica malinconia di fondo attraverso più violini che fiati, più organetti che fisarmoniche. Se fin dagli otto minuti dell’iniziale “No Rest For The Wicked” è evidente l’andirivieni tra danze scatenate e interludi più riflessivi, che donano un’obliqua solennità da marcetta funebre ad arabeschi ritmici in bilico tra sacro e profano.

Ritualismo arcano, formule magiche incarnate dalla voce di Stephanie Hladowski (“Mana Thelo Enan Andra”), vorticosi avvicendamenti di cadenze e suggestioni (“Espanola Kolo”), sentori orientaleggianti e lunghe sospensioni romantiche (“At The Vulturul Negru”) si susseguono lungo tutti i quaranta minuti di “Cervantine”, delineando un patchwork di sicuro fascino, ma che dalle tradizioni esplorate ha tratto soprattutto un certo caotico affastellamento di immagini polverose e vivacemente colorate. Il risultato complessivo non manca senz’altro di spunti d’interesse, in particolare per chi si accostasse per la prima volta a simili esplorazioni etnografiche, ma se anche Barnes e Trost possono considerarsi al riparo dal dubbio iniziale, “Cervantine” ne suscita un altro, ovvero quale senso comunicativo abbia perseverare in una formula la cui sempre più indefinibile contestualizzazione temporale (e adesso anche spaziale) costituisce al contempo la forza e il limite.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 13 marzo 2011 da in recensioni 2011.
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