music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Flares

PORT-ROYAL – Flares
(Resonant, 2005)

Non capita molto spesso che una produzione italiana, in ambito indipendente, raggiunga livelli qualitativi tali da attestarla accanto a quelle di affermati artisti internazionali, con pari dignità e non solo per una certa simpatia di bandiera. Capita ancora più raramente, purtroppo, che una simile evenienza trovi terreno fertile nell’ambiente indipendente italiano, troppo impegnato a costruire falsi alternativi, ma capace di far passare quasi sotto silenzio un’opera sorprendente quale questo debutto dei genovesi Port-Royal, significativamente uscito per la piccola ma attivissima etichetta britannica Resonant, sempre molto attenta nella ricerca di nuove e interessanti sensazioni, soprattutto quando si tratta, come in questo caso, di musica strumentale e sognante, a cavallo tra classicismo, sperimentazioni rock ed elettroniche.

Benché “Flares” si collochi su solchi artistici già tracciati ed esplorati soprattutto da band nordiche e mitteleuropee, sarebbe errato considerarlo il mero frutto di una pur riuscita emulazione manieristica, poiché esso appare fin da subito il risultato dell’intersezione di influenze ed esperienze musicali anche piuttosto diverse tra loro, filtrate attraverso la specifica sensibilità del gruppo nel corso di oltre due anni di lavoro. Le dieci tracce strumentali incluse nei quasi ottanta minuti dell’album spaziano infatti ampiamente, in un flusso mentale unico, tra reminiscenze di classica contemporanea, atmosfere dilatate e sognanti, tracce di elettronica minimale e passaggi dominati da beat più marcati.

L’idea della ricchezza e varietà del contenuto di questo lavoro proviene già dall’iniziale “Jeka”, che esordisce con tre semplici note di pianoforte alla Sylvain Chauveau su una texture sintetica rarefatta e avvolgente, che prende ben presto il sopravvento instaurando una sospesa quiete ambientale, alla maniera di Labradford o Stars Of The Lid, appena squarciata da un flebile parlato in lontananza.
Analogamente spettrale è l’incipit della successiva “Spetsnaz/Paul Leni”, scosso da una frenetica percussione elettronica che, dapprima dissolta in una spessa coltre di drones, riprende su un ritmo quasi ballabile, per poi disperdersi, sopraffatta da impalpabili suoni ambientali e da un inaspettato accordo di chitarra, preludio a un finale ipnotico, pervaso da iterativi segnali interstellari, galleggianti su una distorsione cosmica. Ben più impetuoso è il percorso degli oltre 12 minuti di “Karola Bloch”, brano dalla costruzione simile ad alcune delle prime produzioni dei Mogwai – rispetto alle quali le chitarre sono però sostituite da un febbrile ritmo elettronico – che non solo ne scandisce il tempo, ma lo conduce attraverso territori di sottile e glaciale psichedelia destrutturata.

Se già le strutture di questi brani possono risultare ben complesse, il gruppo genovese esprime compiutamente, anche dal punto di vista concettuale, la sua non banale vivacità compositiva nei due brani suddivisi in tre movimenti ciascuno, “Zobione” e “Flares”, dei quali il primo mostra una struttura articolata e mutevole, mentre la composizione che dà il titolo al lavoro presenta un andamento circolare con numerose variazioni sul suo tema.

“Zobione” si snoda dalla sinistra e densa nebbia psichedelica della sua prima parte, che pian piano si dirada fino a sciogliersi nel caldo e avvolgente ritmo liquido della seconda, caratterizzata da apeture liriche di ampio respiro, tra le quali sembrano scorgersi atmosfere floydiane, rivitalizzate da una delicata vena umbratile, non così distante da quella dei Sigur Rós; decisamente consacrata a un suono elettronico è infine la terza parte, costruita sull’alternanza tra un beat incalzante e minimali passaggi cinematici.
L’incantevole “Flares” disegna invece melodie sognanti e avvolgenti, che si rincorrono nelle sue tre parti: la prima (senza dubbio il brano più affascinante dell’intero lavoro), costellata da un pianoforte romantico e chitarre languide avviluppate in crepitii elettronici, a metà tra le atmosfere di Pan American e dei Sigur Rós di “( )”; la seconda, caratterizzata da suoni di caldo crescendo emotivo e ricca di suggestioni romantiche, tra le quali si intravede una lieve psichedelia post-canterburiana, filtrata dalle esperienze di gruppi quali Slowdive e, ancora, Sigur Rós; la terza, improntata a un’elettronica ambientale, a chiudere idealmente il cerchio, reinterpretando ancora il tema portante della composizione, che alla fine ritorna brevemente nella forma originaria della prima parte.

Benché non sia agevole rendere il contenuto di un lavoro così vario, va comunque sottolineato con favore come la band riesca a presentare un’opera ricca di ottime intuizioni, per nulla scontata in un panorama musicale in cui è ormai difficile – anche per gruppi affermati – mantenere un sufficiente grado di freschezza e originalità. Seppur l’album sia affine, per concezione e ambientazioni sonore, alle pregevoli opere di The Album Leaf e dei compagni d’etichetta Stafrænn Hákon e Blindfold, la molteplicità di riferimenti stilistici e compositivi presenti in esso rende difficile ascriverlo a un qualche specifico “genere”, essendo in esso coniugati tanto beat elettronici quanto stratificazioni chitarristiche, tanto statici scenari ambientali quanto passaggi emozionali, ora quieti ora intensi. Proprio in questi ultimi si riesce meglio ad apprezzare (è il caso di “Flares Pt. 1”) l’attitudine per le melodie glaciali e introspettive di una band che sarebbe però riduttivo e semplicistico etichettare come l’incarnazione mediterranea dei Sigur Rós, dei quali pure i Port-Royal condividono la capacità di dar vita a una musica avvolgente e dai contorni sfumati e costantemente cangianti.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 9 settembre 2005 da in recensioni 2005.
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