music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: PIANO MAGIC

A poco meno di un anno dall’uscita del suo ultimo lavoro, l’acclamato “Disaffected”, che ha consacrato Piano Magic quale una delle più originali realtà dell’attuale scena pop-wave (ma non solo), Glen Johnson, mente di questo cangiante progetto dalla durata ormai decennale, ci racconta – come uomo, prima che come musicista – le sensazioni che ispirano le sue composizioni.
La sua disponibilità, unita alla capacità di parlare a cuore aperto delle sue emozioni passate e presenti, ha reso un semplice ma tribolato scambio di mail l’occasione per conoscere meglio un artista sensibile e raffinato, attraverso quello stile diretto e profondo che così bene riesce a esprimere anche in musica.

Innanzitutto, Piano Magic è uno dei gruppi più versatili attualmente sulla scena, capace di attraversare generi e definizioni. Ciò dipende da una precisa scelta artistica di fondo o prevalentemente dai moti del tuo animo, nei vari momenti in cui scrivi?
È interessante per noi sentir dire che riusciamo ad attraversare i generi; non è un nostro preciso intento farlo. Facciamo semplicemente la musica che vogliamo, senza badare troppo alla nostra posizione su un’ideale carta geografica musicale. Senza dubbio i nostri stati d’animo hanno un ruolo importante nella composizione della musica. Di solito, sono i miei testi a dettare il feeling dei brani e, come probabilmente si nota, il più delle volte sono invariabilmente introspettivi, malinconici, disincantati. Eppure, ciò potrebbe indurre conclusioni affrettate sul mio modo d’essere, perché, come chiunque mi conosce potrebbe testimoniare, sono una persona piuttosto felice.

In quale dei tuoi album pensi di aver espresso al meglio il tuo modo d’intendere la vita e la musica?
Beh, tutti rappresentano a modo loro un momento della mia vita e sono contento di come ognuno di essi è riuscito. Certo, potrei ripercorrerli tutti, eliminando ogni singola traccia della quale non sono così sicuro, ma in fondo quei dischi sono quello che sono. Tuttavia, mi sembra che “The Troubled Sleep Of Piano Magic” sia il più compiuto affresco delle mie emozioni. Mi rimanda a un periodo deprimente, oscuro; un periodo che, per ironia, dimenticherei davvero volentieri se ora non ci fosse questo dannato “monumento” a ricordarmelo.

Parlando di “Disaffected” (ma è valido un po’ per tutte le tue produzioni), ho scritto che sei un artista fuori dal tempo ma non per questo anacronistico. Avresti potuto scrivere musica indifferentemente negli anni 80 o durante tutti i 90, tanto che penso a te non si addica per nulla la parola “influenza”; credi però che l’ascolto da parte tua della musica di quegli anni possa aver influenzato la tua sensibilità musicale, oppure sarebbe potuta essere la stessa anche nei decenni passati?
Di certo siamo ancora molto felicemente “fuori dal tempo”! Mentirei se dicessi che, personalmente, non sono stato influenzato da alcuni artisti e “movimenti” nella musica contemporanea – dai Velvet Underground a Nick Drake, dal synth-pop dei primi anni 80 agli Smiths, dalle produzioni della Factory Records e della 4AD, fino ai gruppi progressive dei primi anni 90, come Disco Inferno. Sono questi i dischi ai quali mi richiamo e quindi quelli che hanno maggiore influenza su di me come autore e compositore. E non mi vergogno di nessuno di questi.
Ho recentemente avuto uno scambio di mail con David Tibet dei Current 93, nel quale mi diceva, tra l’altro, che le sue influenze risalgono a dieci anni prima delle mie, allora penso che probabilmente viviamo in contesti temporali differenti.

Sei davvero il prototipo dell'”artista europeo”: ora Piano Magic è composto per tre quarti da musicisti francesi e gli ultimi due album sono stati pubblicati da un piccola etichetta spagnola. Sembra che tu abbia uno stretto legame con una sensibilità mediterranea o “latina”, ma dov’è che in realtà batte il tuo cuore?
Il mio cuore batte dappertutto, fortunatamente! Però mi sento più “vivo” in Europa – e mi riferisco all’Europa al di fuori dell’Inghilterra, che in fondo è una piccola isola. Apprezzo e invidio la cultura, il romanticismo, la gente (ehm, non tutta…) e di conseguenza, in confronto, sono sempre stato disilluso rispetto all’Inghilterra. Piano Magic assorbe le sue ispirazioni principalmente dall’ambiente e dai paesaggi, potrei dire, da Perugia a Landes, a Valencia…

Nei tuoi testi sono ricorrenti i richiami a Londra (“Comets”, “I Must Leave London”, solo per citare i più recenti): hai un legame così forte con la città, oppure Londra è per te piuttosto una specie di “luogo dell’anima”?
Ho un rapporto di amore/odio con Londra. La città mi ama, e io la odio. In questo momento (come negli ultimi nove anni), è per me necessario vivere qui, per lavoro, o per la band o per questioni personali, ma cerco di guardare sempre al di là del recinto della mia vita attuale, immaginandola in qualche altro luogo. E non ci sono così tante ragioni per cui non potrei trasferirmi a Parigi già domani.

Qual è il tuo stato d’animo ideale per comporre? Dipende dalle tue emozioni momentanee, oppure le tue canzoni nascono in maniera incrementale e più tecnica?
Prima di tutto le emozioni. Il gruppo ha ormai cementato un’alchimia unica, per cui dopo aver suonato insieme per così tanto tempo, in qualsiasi momento potremmo letteralmente costruire una canzone soltanto a partire dal testo. Alcuni brani sono scritti nel nostro studio di prova, ma i testi devono prima essere scritti da me, a casa, accanto a una bottiglia di vino e di fronte alla foto della mia ragazza morta.

Sembra che la tua musica sia sempre sospesa tra fascinazioni ed estetiche differenti – semplificando, dalla colonna sonora al pop, dalla wave all’elettronica – ma, qualsiasi aspetto essa assuma, ha comunque un’impronta distintiva e facilmente riconoscibile. Può essere questa la prova che schemi e definizioni sono meno importanti delle emozioni e che quindi l’ascoltatore debba andare al di là di un approccio superficiale alla tua musica?
Qualsiasi cosa facciamo suona come Piano Magic; questo è il fattore centrale e più importante delle nostre canzoni. A essere davvero onesto, il fatto che operiamo in diversi generi è qualcosa che va al di là della nostra consapevolezza. Da qualche parte, nel profondo della mia mente c’è l’intenzione di comporre una musica grandiosa, romantica, epica, un sorta di inno che riesca a commuovere chi l’ascolta – qualcosa tipo “Dead Can Dance meets Low”! – ma mi sento ancora molto lontano da ciò, ed è terribilmente frustrante. Facciamo quello che possiamo, date le nostre limitate risorse.

Hai iniziato a suonare tastiere-giocattolo, poi hai gradualmente sviluppato il tuo approccio all’elettronica nelle composizioni degli ultimi anni, dal drumming impetuoso di “Saint Marie” alle tracce minimali e glaciali dell’Ep “Open Cast Heart”, fino all’inaspettato passo dance (molto anni 80) di “Disaffected” e “Deleted Scenes”. Qual è allora il tuo rapporto con la strumentazione elettronica e, soprattutto, che tipo di elettronica prediligi?
Devo puntualizzare che solo io, Cedric e Jerome siamo interessati alla musica elettronica. Al e Franck invece per nulla. Ma, sì, le tre teste “techno” della band hanno un profondissimo amore per qualsiasi tipo di elettronica, dai Kraftwerk ai Soft Cell, ai Depeche Mode, ai New Order, ad Aphex Twin, fino alle recenti produzioni delle etichette Type o City Centre Offices. Abbiamo la fortuna di abitare vicino a un ottimo negozio di musica elettronica (Smallfish Records), che ci rifornisce secondo i nostri desideri. I miei primi innamoramenti nei confronti dell’elettronica risalgono ai primi anni 90, quando cercavo di emulare Cabaret Voltaire e Soft Cell con una pessima tastiera Yamaha da quattro soldi; e io, ovviamente, faccio ancora musica elettronica nel mio progetto personale Textile Ranch e, più di recente (con Cedric), in Future Conditional.

Sembri alla perenne ricerca di una forma musicale e anche vocale; in particolare, Piano Magic ha ospitato diverse voci femminili, da Rachel Leigh ad Angele David-Gilliou. La scelta di affidare alcuni dei tuoi brani a una voce femminile nasce nel momento in cui componi o, successivamente, in base a qualche caratteristica peculiare dei brani stessi?
Nei primi tempi di Piano Magic, prendevamo semplicemente chiunque volesse cantare i nostri brani! L’unico criterio era trovare una qualche persona, di sesso femminile, che avesse una voce semi-decente. La voce di Rachel, per fortuna, sembrava quella di una bambola di porcellana del periodo vittoriano. Eppure, penso che Angele sia la quintessenza della voce di Piano Magic, tiepida e fredda allo stesso tempo, romantica, fuori dal tempo. Di recente ha cantato anche con Hubert-Felix Thiefaine e in precedenza con Etienne Daho, e anche nel suo gruppo rock francese, Ginger Ale (il cui album è in uscita a gennaio sull’etichetta Discograph). Inoltre, in primavera uscirà il suo album solista, sotto lo pseudonimo Klima, su Peacefrog (etichetta di Nouvelle Vague e José González). Penso che stia per diventare una vera star. Adesso che la conosco bene, sia come persona che come cantante, ho la tendenza a scrivere soprattutto per lei.

Anche se hai cambiato moltissimi collaboratori, negli ultimi album Piano Magic sembra essersi assestata come una band stabile. Se è così, hai finalmente trovato una dimensione ottimale della band? E se è così, da che cosa sono stati determinati i tanti cambiamenti di line-up del passato?
A me sembra che ormai la band sia pressoché stabile da cinque anni – da quando Jerome e Alasdair ne fanno parte in maniera permanente. Insieme a me, loro sono stati la colonna portante della band in quest’ultimo ormai lungo periodo. Ma, certamente, Franck è stato arruolato perché io sono un chitarrista davvero limitato, mentre lui è molto più esperto di me, visto che persino insegna chitarra. E anche del contributo di Cedric alle tastiere sentivamo molto il bisogno, per dare maggiore profondità al suono. Ora ci siamo stabilizzati da circa un anno. Anche se ogni tanto qualcun altro ci ruota intorno, come Angele e John Grant degli Czars. Essenzialmente, si tratta di persone che reputiamo in grado di assicurare ai nostri brani un apporto che noi altrimenti non potremmo fornire. Ancora profondità, risonanza, emozione. Non sono in grado di cantare, dovete capirmi. La mia voce è instabile, malaticcia.

Cosa pensi dell’espressione “post-rock”? E della musica che viene solitamente in essa compresa? Ti senti “post-qualcosa”?
A chiunque ci chieda del post-rock rispondo sempre alla stessa maniera: cos’è? Il rock non dovrebbe essere morto per esserci un post-rock? E il rock è certamente vivo e gode ancora di ottima salute. Non ci sentiamo parte di alcuna “scena” né di alcuna estetica in particolare. E di certo non ci sentiamo affini ai Mogwai o da loro ispirati.

La tua scrittura sembra spesso inquieta e febbrile, le tue produzioni sono sempre state frequenti: cosa cerchi nella scrittura? Può essere interpretata come veicolo di sfogo?
Uno sfogo o un esorcismo, forse. Sono ben conscio di render pubblica la mia vita privata, ma per me non è un problema se qualcuno si interessa alle mie tribolazioni. Preferisco comunque che la musica sia fatta propria e vissuta dall’ascoltatore, che l’interpreti come a sé riferita, anziché analizzare troppo in profondità il perché io abbia scritto una cosa o l’altra. Quando ero ragazzino, certo non immaginavo Morrissey di fronte all’ingresso di un cimitero: ci immaginavo me stesso.

Le tue produzioni spaziano da una dimensione eterea e dilatata al songwriting più “concreto” degli ultimi due album: ciò rientra nella tua evoluzione compositiva – così che adesso una colonna sonora come “Son De Mar” sia al di fuori dei tuoi progetti, o pensi di poter tornare a scrivere musica appositamente per un film o comunque a esso abbinabile?
Stiamo aspettando una chiamata, da quando abbiamo ultimato “Son De Mar”, ma nessun altro finora si è preso la briga di prendere in mano il telefono per farla. Siamo senza dubbio in grado di scrivere musica da film, probabilmente ora più di sempre, ma sembra che la maggior parte delle compagnie di produzione cinematografica tendano ad impiegare brani già esistenti per associarli alle immagini. Comunque uno dei nostri brani, “You Can Hear The Room”, è stato utilizzato questa settimana per un poliziesco americano, “CSI”.
C’è stata una precisa decisione di “scrivere canzoni”, come alternativa a “fare rumori” quando si è trattato di metter mano a “Disaffected”. Volevamo cercare di vendere più dischi, ma nello stesso tempo sentivamo il bisogno di metterci alla prova se potevamo fare una pop-song melodica, persino “orecchiabile”. Credo che “Jacknifed” (brano compreso nella sola edizione Green Ufos di “Disaffected”, ndr) rappresenti da vicino il punto a cui siamo arrivati. Perciò penso che, essendoci voluto tanto a intraprendere questa strada, per noi sarà molto difficile tornare indietro proprio ora. Sono certo che il prossimo album sarà melodico quanto “Disaffected”, se non di più. Eppure, anche se può sembrare assurdo, in questo periodo stiamo ascoltando molto gruppi come i Liars, che vanno esattamente nella direzione opposta.

Nei tuoi brani si riscontra spesso un senso di mancanza, di assenza, che fa pensare ai temi così cari ai My Bloody Valentine, una quindicina d’anni fa; eppure a volte l’impeto e lo struggimento per queste mancanze sembra che cerchi di placarlo, di soffocarlo sotto una superficie fredda; ciò risponde a un’attitudine del tuo animo o dipende solo dal tuo rapporto con la scrittura?
Tutto ciò che mi riguarda ha a che fare con la mancanza. Vivo nel passato. Mi ritrovo alle tre di notte, sotto casa delle mie ex-fidanzate, a piangere… No, non lo faccio, ma insisto troppo su ciò che è passato e non potrà mai ritornare, come se mi opponessi a un futuro bello e luminoso. Non so se siamo freddi. Tendo piuttosto a pensare che la nostra nostalgia sia molto umana, molto calda.

I tuoi testi parlano spesso di fantasmi, soprattutto quelli di “Disaffected”; credi davvero nella loro esistenza oppure questi fantasmi sono memorie di vita reale delle quali non riesci a liberarti e quindi cerchi di farlo in musica?
Beh, i fantasmi cui mi riferisco sono soltanto le persone che non fanno più parte della mia vita – non necessariamente morte. È una metafora. Se credo nella loro esistenza? Non ne ho avuta alcuna prova evidente, di recente, nonostante qualche interessante esperienza quando ero più giovane, alla quale potrei attribuire la mia energia negativa.

“Love & Music” potrebbe essere un perfetto inno per tutti coloro che vivono la musica come veicolo delle proprie emozioni, ma quale dei due elementi ti comunica più emozioni nella tua vita, e in che modo? Pensi di poter mai disamorarti di uno di essi?
L’amore è di gran lunga più potente della musica; ma, visto che i Beatles avevano già scritto “All You Need Is Love”, dovevo inventarmi qualcos’altro sull’argomento. Potrei certamente vivere senza suonare e fare dischi, ma ho bisogno di ascoltare musica. Ho oltre un migliaio di cd e non ho alcuna intenzione di disfarmene. Ma, sì, l’amore è davvero il centro della vita, senza dubbio. La mia compagna, la mia famiglia, i miei amici. La musica ha un’importanza marginale, in confronto.

Da ultimo, sei ancora convinto, come hai scritto in “Writers Without Homes”, che “la musica non può salvarti da altro se non dal silenzio”?
La musica è meravigliosamente sopravvalutata. Fa ciò che vuoi. È inanimata. Sei padrone di affidarle le sensazioni che vuoi. Posso mettere su Nick Drake perché sono triste. Ma la sua musica non mi renderà né più felice né più triste – sono solo io a poter render me stesso più felice o più triste. Capito?

(pubblicato su ondarock.it)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 10 maggio 2006 da in interviste.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: