music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

For Waiting, For Chasing

PAN AMERICAN – For Waiting, For Chasing
(Mosz, 2006)

A due anni di distanza dallo splendido e per certi versi sorprendente “Quiet City“, Mark Nelson dà alle stampe il quinto lavoro della sua carriera solista sotto il moniker Pan American. Abbandonata, dopo ben oltre un decennio, la casa-madre della gloriosa Kranky, che aveva accompagnato tutto il suo percorso artistico fin dagli esordi con i Labradford, Nelson si affida ora alla giovane ma intraprendente etichetta elettronica austriaca Mosz per licenziare un lavoro quanto mai atteso, dopo le piacevoli derive ambient-acustiche dell’album precedente, mirabile risultato dell’innesto di calde strumentazioni tradizionali sulle consuete basi sintetiche dilatate.

Tuttavia, l’approccio estetico di “For Waiting, For Chasing” sembra fatto apposta per spiazzare e in parte deludere le aspettative di quanti si erano lasciati rapire dalla fioca luce da crepuscolo metropolitano di “Quiet City”. Di quell’album viene senz’altro riproposto l’intreccio tra parti elettroniche e suonate (ancora affidate alle percussioni di Steven Hess e ai fiati di David Max Crawford), ora però manipolate in una prevalente chiave dissonante, anziché dissolte in un flusso sonoro coeso e dalle pronunciate attitudini cinematiche. Le sette composizioni qui raccolte presentano infatti strutture complesse, a tratti ostiche, spesso costruite attraverso la graduale stratificazione di drone, rielaborazioni acustiche, ronzii elettrici ed estemporanei field recording (tra i quali addirittura il battito cardiaco prenatale del figlio di Nelson, presente in ognuna delle tracce), trasferiti in un contesto nel quale finisce per perdere di senso la stessa distinzione tra note, ritmi, suoni e rumori.

Echi distanti e crepitii sintetici, immersi in una densa e ovattata coltre atmosferica, caratterizzano l’iniziale “Love Song”, che a due terzi della sua durata devia sul dialogo tra suoni inafferrabili e un sordo beat appena accennato, conseguendo un ibrido risultato di disarmonie eteree e dolci cacofonie, che tende a travalicare i più scontati confini della categoria dell’ambient-music. L’ipnotica e circolare iterazione di suoni è ancora presente in alcuni dei brani, come nella sinistra sinfonia ambientale “Are You Ready?”, che finisce per tradursi nella trasformazione sottilmente rumorista della consueta messe di drone, e in “From Here”, forse il brano più piano dell’intero lavoro, anch’esso percorso da sinistri flussi di rumore, ora appena percettibile, ora vagamente concreto.

I contorni della musica di Pan American continuano infatti a essere indefiniti e sfuggenti, il suo incedere lento ma costante, sia quando si innalza a vette di scarna astrattezza (come appunto “From Here” e il breve interludio di solo beat e drone in lontananza “Still Swimming”), sia quando recupera alla lontana le fascinazioni dub di “360 Business/360 Bypass”, trasformandole, in “Dr. Christian”, in mero accompagnamento a suoni elettronici sporchi eppure rarefatti. E proprio in questo risiede la principale differenza rispetto a “Quiet City”, poiché mentre in quell’album sonorità compassate ed eteree creavano una profonda e pensosa immobilità post-industriale, esse danno qui forma a ombre inquietanti, a paesaggi oscuri e angusti, diffusamente accennati e culminanti nella claustrofobica e spettrale “The Penguin Speaks”. È invece la conclusiva “Amulls” a segnalarsi quale unica composizione lieve e di più ampio respiro, grazie al contributo delle dolci note stillate da un pianoforte, che, intersecandosi con un placido e nebbioso fondale, conferiscono al brano toccanti vesti da colonna sonora, certamente all’altezza di alcuni dei più emozionanti episodi di “Quiet City”.

In definitiva, “For Waiting, For Chasing” non è certo un cattivo lavoro, anzi risulta formalmente ineccepibile, costruito com’è con grande cura formale e attenzione per i particolari, come del resto tutti i lavori di Nelson, fin dagli indimenticabili tempi dei Labradford. Ma forse, nonostante le buone intenzioni, l’album risulta un po’ troppo cervellotico e a tratti criptico, collocandosi su un diverso piano emotivo rispetto al suo predecessore: laddove “Quiet City” colpiva dritto al cuore, ispirando un caldo abbandono al pacifico fluire dei pensieri e delle emozioni, “For Waiting, For Chasing” tende invece a insinuarsi lentamente tra i meandri delle terminazioni nervose, distillando note e rumori, la cui mirabile sottigliezza richiede maggiore gradualità e un certo sforzo di concentrazione per essere assaporata. Forse per questo l’intenso ed etereo romanticismo di “Amulls” brilla, quasi per antitesi, come una gemma inattesa in un lavoro che, al di là di un aspetto solo superficialmente freddo e complesso, non fa altro che segnare l’ulteriore passo del suo autore nella ricerca di varie e mai banali contaminazioni acustico-ambientali.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 26 maggio 2006 da in recensioni 2006.
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