music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

All Of A Sudden I Miss Everyone

EXPLOSIONS IN THE SKY – All Of A Sudden I Miss Everyone
(Temporary Residence, 2007)

Ci sono voluti ben quattro anni perché gli Explosions In The Sky dessero un seguito allo splendido “The Earth Is Not A Cold Dead Place”; nel frattempo, la band texana non è stata però per nulla inerte, sviluppando prima nella colonna sonora “Friday Night Lights” e poi nel mini “The Rescue” la raffinate tessiture armoniche che facevano di quell’album un’opera ispirata e matura, non esclusivamente votata alla consueta alternanza tra momenti di quiete e autentiche esplosioni sonore, ma elaborata con gradualità intorno a un sottile ordito strumentale.

Insomma, dall’esperienza di “The Earth Is Not A Cold Dead Place” e soprattutto delle opere che lo hanno seguito, sembrava potersi evincere come l’attenzione degli Explosions In The Sky si stesse in prevalenza concentrando sulla cura dei momenti di lenta costruzione della tensione emotiva che non su quelli di impetuosa e talora violenta liberazione della stessa. Se dunque gli indizi per i successivi percorsi della band sembravano andare in una direzione descrittiva e caratterizzata da movimenti graduali piuttosto che impulsivi, va da subito evidenziato come “All Of A Sudden I Miss Everyone” sembra restituire almeno in parte la band texana alla consueta e ben sperimentata coesistenza tra un’immediatezza d’impatto, a tratti anche piuttosto ruvida, e un’emotività tanto sottile da apparire persino repressa.

Fin dalle prime note, la band mette in chiaro come non intenda rinunciare al suo caratteristico impeto emotivo in favore di una più compunta stratificazione strumentale: l’ incipit di “The Birth And Death Of The Day” si presenta, infatti, ad effetto, con la sua solennità verticale, studiatamente creata da squarci di chitarra e ritmiche austere, ben presto dissolta in trame liquide, svolte attraverso asperità affioranti, che svolgono i temi dell’ intro espandendoli fino al loro naturale esito deflagrante, poi ricondotto all’inquieta immobilità finale. Analogamente, tutto il resto dei poco oltre quaranta minuti dell’album è giocato sulla graduale costruzione di una tensione latente, inframezzata da crescendo lenti ma quasi mai risolutivi di composizioni complesse, i cui apici emotivi talvolta addirittura anticipano quei passaggi più morbidi che si è invece solitamente abituati a veder sopraffatti dalla furia delle chitarre.

Anche laddove le ritmiche sono frammentate e vi è una distorsione granitica a far da fondale a suoni in lento divenire (“Welcome, Ghosts”), o laddove l’impeto è più pronunciato nella loro parte iniziale (“Catastrophe And The Cure”), i brani non risultano mai del tutto opprimenti, poiché le potenzialità claustrofobiche dei loro momenti irruenti vengono abilmente stemperate da armonie sottili e impalpabili.
È tale compresenza e intersezione a rappresentare il punto focale di “All Of A Sudden I Miss Everyone”, almeno per quanto concerne la maggior parte dei suoi episodi, fedelmente rispondenti ai canoni del genere, che vengono tutt’al più soltanto rimescolati – com’è evidente negli oltre tredici minuti di “It’s Natural To Be Afraid” – restituendo però quasi sempre un risultato conosciuto, al quale inoltre non giova poi tanto il suo essere il prodotto di una cura, compositiva e di produzione, persino eccessiva.

Discorso parzialmente diverso vale invece per i restanti due brani, “What Do You Go Home To?” e “So Long, Lonesome”, entrambi di durata inferiore ai cinque minuti e caratterizzati da una linearità di gran lunga preponderante sui complessi movimenti del resto dell’album; in essi, le atmosfere si fanno decisamente rarefatte, mentre la tensione resta latente senza essere mai del tutto liberata (“What Do You Go Home To?”), oppure viene fin dall’inizio dissolta attraverso note di pianoforte di inconsueta serenità, pur culminanti in un accenno di moderata e quasi doverosa impennata finale (“So Long, Lonesome”). Lungi dal costituire soltanto brevi bozzetti non del tutto compiuti, sono proprio episodi come questi a indicare una certa linea evolutiva nella forma espressiva della band, le cui indubbie qualità risultano ora maggiormente apprezzabili nel lavorio strumentale sommesso e ponderato che non nell’ormai prevedibile esplosività ritmica e chitarristica.

E se è vero che un tale percorso potrebbe privare la band texana di quell’immediatezza d’impatto qui ancora mantenuta nei residui crescendo e nelle detonazioni fragorose, non per questo soltanto ne ridurrebbe le potenzialità emotive, seppure declinate specialmente secondo una formula piana e senza sensibili scossoni. Non sembri pertanto contraddittorio concludere che, dal punto di vista emotivo, il lavoro risulta un po’ tiepido e troppo convenzionale proprio nei suoi momenti concitati, mentre riesce ancora ad essere efficace nei passaggi di apparente placidità, che rappresentano indubbiamente una delle migliori e finora poco evidenziate specialità della band.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 17 febbraio 2007 da in recensioni 2007.
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