music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

We Know About The Need

BRACKEN – We Know About The Need
(Anticon, 2007)

Quando l’esplorazione di territori musicali sempre nuovi costituisce parte integrante della sensibilità artistica di una band, è quasi inevitabile non solo la costante evoluzione del suo suono complessivo, ma altresì la compresenza di una serie di progetti ad essa limitrofi, nei quali i suoi componenti possono ulteriormente sviluppare le loro idee individuali. È questo il caso anche degli Hood, band inglese che, in ormai quindici anni di attività, ha attraversato diverse trasformazioni, abbracciando spesso generi e influenze in apparenza distanti dalla sua impostazione originaria, tra i quali, di recente, l’elettronica e l’hip-hop. Non desta allora particolare sorpresa che, nel perdurante periodo sabbatico della band d’origine, Chris Adams, parte integrante degli Hood insieme al fratello Richard, ricambi la partecipazione di Dose One e Why? all’album “Cold House”, licenziando per la Anticon l’opera prima di Bracken, nuovo progetto quasi interamente solista, al quale contribuiscono tuttavia in alcuni brani personaggi del calibro di Odd Nosdam, Chris Cole (Manyfingers) e Mark Simms (batterista dei Sierpinski).

Contrariamente a quanto sarebbe stato lecito prevedere, anche sulla scorta degli ultimi due album degli Hood, tracce di puro hip-hop in “We Know About The Need” non ve ne sono quasi per nulla a livello vocale, mentre anche le scomposizioni ritmiche e la profondità dei bassi sono per lo più funzionali alla creazione di claustrofobici paesaggi metropolitani, accanto ai quali coesistono, in un continuo cut-up di stili, inserti elettrici, accenni dub e persino tracce acustiche dalle spoglie reminiscenze folk.

Il risultato è qualcosa di difficilmente definibile e ancor meno annoverabile in categorie di genere, eppure assolutamente affascinante: un’evocativa malinconia post-industriale, creata da melodie stranianti che conferiscono omogeneità e filo conduttore a un mélange sonoro curatissimo e spesso spigoloso, decostruito con cura straordinaria attraverso la semplice interazione dell’inconfondibile voce di Adams con un’elettronica ora glaciale e solenne, ora venata di un calore umano, pur per nulla rassicurante. Voci, strumenti ed emozioni vengono filtrati attraverso il sapiente uso della strumentazione sintetica, che conferisce battito pulsante tanto a brani sperimentali contorti e parzialmente incompiuti (“Evil Teeth”, “Many Horses”), quanto alle irregolari melodie sviluppate su basi dubbeggianti di riverberi e piccole dissonanze, a malapena ricondotte a unità dal serafico cantato di Adams, quasi incurante del contesto sonoro nel quale è adesso inserito (la tensione latente di “Of Athroll Slains”, il ritmo del trascinante singolo “Heatens”).

Ma è tutto l’album ad essere incentrato, oltre che su atmosfere inquiete e malinconiche, sull’efficace – e quasi sempre solo apparente – antinomia tra armonia e dissonanza, tra l’omogeneità di arrangiamenti avvolgenti e aspra frammentazione di fremiti e crepitii elettronici. L’anima opprimente e quella più lieve della musica di Bracken si intersecano infatti alla perfezione nei cori innestati sull’iterativa base glitch di “Safe Safe Safe” e nell’allucinata “Fight Or Flight” che, con i suoi tappeti di synth, crea momenti di trance ambientale costellata da frequenze disturbate e sghembi tocchi acustici di una grazia tale da sembrare addirittura inconferente in simile contesto.

Al di là di tutte le mutazioni della sua musica, in senso sperimentale o indie-tronico, Adams mantiene tuttavia inalterati i tratti salienti dell’esperienza degli Hood, perfettamente riconoscibili, oltre che nella già citata “Safe Safe Safe”, nelle due autentiche meraviglie “Four Thousand Style” e “Back On The Calder Line”, che possono a ragione considerarsi la naturale continuazione del percorso artistico fermatosi (si spera solo momentaneamente) all’ottimo “Outside Closer”. Forse anche per la loro contiguità con il consolidato suono della band, sono questi i brani più densi di fascino dell’intero lavoro, con la loro toccante tensione emotiva e l’inestricabile malinconia, sospesa tra l’andamento dolcemente incalzante di “Four Thousand Style” e la dilatazione, al tempo stesso cupa e carezzevole, del brano conclusivo, sfociante in un romanticismo circolare, che si vorrebbe non finisse mai.

Non sembri però riduttivo ricondurre questo pregevolissimo debutto solista di Chris Adams alle precedenti produzioni degli Hood, poiché da una parte non si può negare come “We Know About The Need” sia un lavoro ricco di tanti ulteriori elementi di sperimentazione, mentre dall’altra riesce quasi inevitabile considerare il suo oscuro spleen come l’aspra traduzione metropolitana della desolazione agreste di “Rustic Houses, Forlorn Valleys”. E, come quell’album costituì una svolta importante nel suono della band di Leeds, così questo segna una ripartenza, un nuovo inizio, altrettanto espressivo e ancora capace di coinvolgere con la sua profondità.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 1 marzo 2007 da in recensioni 2007.
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