music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Ezra Moon

AUTUMN SHADE – Ezra Moon
(Strange Attractors, 2007)

Una nuova voce si affaccia nel già molto popolato panorama del cantautorato al femminile: è quella di Jes Lenee, titolare in prima persona del progetto artistico Autumn Shade, nel quale la cantautrice originaria dell’Oklahoma vede le sue doti di polistrumentista (chitarra, pianoforte, basso, organo), supportate dal solo contributo di violino, batteria e clarinetto, che ne assecondano l’inclinazione moderatamente “camerale”. Sono sufficienti questi elementi a considerare Autumn Shade l’esclusiva espressione della sensibilità della Lenee, qui al debutto con un lavoro sofferto e di grande intensità che, nonostante possa suscitare una molteplicità di riferimenti ad altre artiste contemporanee (da Lisa Germano a Cat Power, fino a Marissa Nadler), pure presenta propri caratteri oscuri e piuttosto marcati, che lambiscono esperienze musicali tra loro diverse, senza quasi mai del tutto “invaderne il campo”, né ricadere in un’evidente emulazione.

Anche se “Ezra Moon” – è bene chiarirlo da subito – non si distingue per un’originalità del resto quasi inesigibile in quest’ambito musicale, in esso la Lenee dimostra ottime capacità rielaborative, dando luogo a un risultato nel quale la parte preponderante spetta all’espressione, in una forma in definitiva abbastanza personale ed equilibrata, di spunti spazianti da un folk essenziale e dai contorni antichi, a venature dark, ad accenni di classicità pianistica, retaggio della precocissima attitudine dell’autrice all’esecuzione di questo strumento. Non sembra un caso, infatti, che l’album inizi con un breve frammento costituito da poche note di pianoforte (“Sparrow”) e che la successiva traccia “Home”, primo brano vero e proprio dell’album, proponga da subito il sottile contrasto tra le aggraziate melodie di pianoforte e chitarra e la voce, tenebrosa e ammaliante, della Lenee, qui come in altri brani (“Lilacglass”, “Seagarden”) in bilico tra il fascino carezzevole di Hope Sandoval e la cristallina profondità della Nadler.

La compresenza dell’eterea evocatività di fragili melodie e della ruvidità di frequenti crescendo drammatici, dalle sembianze vagamente gotiche, rappresenta, infatti, la costante e l’essenza stessa del lavoro, costruito appunto intorno a questo contrasto apparente, ricondotto a unità dall’inquieta espressività della Lenee, non priva di valide doti teatrali, ma che talvolta pecca di un eccesso di virtuosismo, come in “River” e “Red”, brani contorti e non del tutto compiuti. Decisamente più apprezzabili risultano invece i passaggi nei quali prevale l’essenzialità di sobrie armonie di sola chitarra e pianoforte, a dar libero sfogo all’intensa emozionalità interpretativa della Lenee, tanto nelle soavi atmosfere notturne dell’elegante “Fly Away”, quanto negli spettrali paesaggi di “Violet”, sui quali la sua voce, dapprima sospirante, si eleva in un crescendo sfociante in un finale solenne di pianoforte e violino, evocativo di fantasmi che richiamano alla mente addirittura i Dead Can Dance.

Tra accostamenti e fascinazioni diverse, in “Ezra Moon” affiorano in continuazione le radici folk di un suono dai toni sfumati, nel quale si intersecano semplici schizzi di canzoni in “media fedeltà” (“Evelyn Star”), bozzetti di romanticismo bucolico (la title-track) e finanche barlumi di moderata psichedelia, sapientemente creata dal lavorio di enfatizzazione vocale, che raggiunge il suo apice in “Spanish Willow”, ove la voce di Jes acquista corposità avvolgente, narrando le sue storie di malinconia e abbandono, mentre il violino e una chitarra latineggiante donano al brano un andamento lievemente trasognato che rimanda alla grazia dei primi Espers.

Al di là delle varie analogie riscontrabili nella sua musica, e anche in ragione della mancata preminenza di una di esse in particolare, “Ezra Moon” lascia senza dubbio intravedere le potenzialità di un’artista forse non ancora dotata di una fisionomia tanto definita da poterla avvicinare alle sue più affermate colleghe, ma nondimeno capace di tradurre il suo folk incantato, ricoperto da un sottile strato di polvere, secondo una sensibilità moderna, elegante ed emotivamente vibrante.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 14 marzo 2007 da in recensioni 2007.
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