music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Painted Sky

YELLOW6 – Painted Sky
(Resonant, 2007)

Da oltre dieci anni a questa parte, il chitarrista inglese Jon Attwood produce, sotto il moniker Yellow6, un equilibrato intreccio tra elettronica minimale, drone e trame armoniche sognanti, che sfugge a ogni rigida classificazione di “genere”, rimandando, nelle sue diverse forme, tanto a un malinconico dream-pop quanto a un’avvolgente raffinatezza ambientale. La sua discografia è praticamente sterminata, tra album ufficiali e innumerevoli collaborazioni e autoproduzioni, cui vanno aggiunti i limitatissimi cd-r natalizi a cadenza annuale dal titolo “Merry 6mas”, nonché l’imponente raccolta in tre cd “The Beautiful Season Has Past”, uscita lo scorso anno per l’etichetta RROOPP, che può senza dubbio costituire un ottimo punto di partenza per chi voglia avvicinarsi alla musica di Yellow6.

Con “Painted Sky”, Attwood dà seguito all’emozionante “Melt Inside” del 2005, abbandonando momentaneamente la Make Mine Music (da lui fondata insieme a Scott Sinfield, aka Portal) per la sempre ottima Resonant, ideale approdo per le sue composizioni in prevalenza lente, dilatate e permeate da una moderata sperimentazione, che, pur all’interno delle sue tessiture chitarristiche, conservano pronunciate potenzialità emotive, riconducibili per grandi linee alla rielaborazione britannica dell’esperienza post-rock.

Due elementi balzano subito agli occhi rispetto a “Melt Inside”: al di là del filtraggio sintetico della chitarra e della presenza, seppur incostante, della drum machine, c’è minor spazio per l’elettronica “pura”; poi, manca ogni traccia vocale, essendo venuto meno il contributo di Ally Todd, che aggiungeva fascino incantato e ulteriore calore umano ad alcuni brani di quell’album. Inoltre, il costante lavorio strumentale di Attwood tende, soprattutto nelle due tracce iniziali, ad acquistare corpo maggiore che in passato, con le chitarre che ruggiscono adagio in distorsioni quasi del tutto private di sfumature elettroniche. Così, la quiete ipnotica indotta dai sonnolenti arpeggi e dalle lontane rarefazioni ambientali di “I Know I Shouldn’t (But I Do)” viene disturbata da piccoli spasmi di frequenze moderatamente aspre, mentre l’iterazione di liquidi suoni chitarristici, drone e riverberi di “I Loved You More Before I Knew You Loved Me” crea una coltre sonora inafferrabile, che ondeggia tra una melodia cullante e lievi asperità affioranti.
Simmetricamente, anche i due brani conclusivi presentano un impatto altrettanto “concreto”, con le loro ritmiche asciutte, dalle frammentate sembianze post-rock, che in “Maré” si sovrappongono a un suono languido, gradualmente trasformato in riverbero e infine in distorsione, e in “Azure” incontrano un’elettronica contorta, ancora tempestata da lievi distorsioni, dando luogo a un’armonia intricata e non priva di spigoli.

Se questi sono gli estremi di “Painted Sky”, è nella corposa parte centrale dell’album che Attwood riesce a esprimere al meglio le consolidate caratteristiche malinconiche e sognanti del suo suono. È sufficiente l’affacciarsi del battito pulsante della drum machine per restituire, in “Common”, austero movimento a chitarre languide ma solide come non mai, facendo prendere il sopravvento ad atmosfere nostalgiche, che preludono ai tre minuti scarsi di “NYE 2”, che vedono Attwood cimentarsi al pianoforte, in un frammento di moderno romanticismo dilatato, facilmente accostabile a produzioni come quelle della Type Records. Lontana malinconia e soffuso raccoglimento pervadono anche i due episodi più spiccatamente ambientali, collocati nel cuore dell’album: “Pleasure/Pain”, con i suoi delicati arpeggi, sospesi su una distorsione cosmica persistente, e “Realisation”, ove poche, indolenti note di chitarra si fondono in un unicum ipnotico, notturno, dolcemente filtrato dai synth.

Ma non finisce qui, perché Attwood concede ancora libero sfogo alla calda emozionalità delle sue composizioni, quasi repressa in alcune delle tracce, nella splendida “Eighteen Days” – otto minuti di spettrali melodie metropolitane, tra ritmiche ovattate in dissolvenza e pulsazioni vitali che sciolgono suggestioni latenti, dando loro forma reale e vibrante – e nella successiva, limpida “Requiem For Julian”, il cui lieve andamento bucolico materializza il fantasma di Piano Magic, già più volte richiamato, quasi citando gli accordi di “You And John Are Birds”.

Sono soprattutto brani come questi a esprimere compiutamente l’essenza della musica di Yellow6, delineando le qualità di un artista che riesce a risultare incisivo e originale, semplicemente combinando e rielaborando, attraverso movimenti lenti ma costanti, pochi elementi strumentali, suonati o filtrati dall’elettronica.
Così, “Painted Sky”, al di là di un approccio in alcuni brani lievemente più ruvido, è ancora una volta un album da scoprire passo dopo passo, ascolto dopo ascolto, poiché sotto un’osticità soltanto apparente è in grado di rivelare tanti diversi paesaggi sonori ed emotivi, dai quali si può davvero correre il rischio di essere piacevolmente rapiti.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 30 marzo 2007 da in recensioni 2007.
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