music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Afraid To Dance

PORT-ROYAL – Afraid To Dance
(Resonant, 2007)

Dopo l’album d’esordio, “Flares”, che aveva rappresentato una piacevolissima sorpresa nel panorama musicale italiano, i port-royal hanno trascorso due anni tra esperienze e collaborazioni internazionali molteplici, attraverso le quali sono state poste le basi per il loro secondo lavoro, in uscita, al pari del precedente, per l’etichetta inglese Resonant. Anche grazie al supporto di questa casa discografica, così attenta all’elaborazione di sonorità collocabili a grandi linee tra l’elettronica e il post-rock, il nome della band genovese non rappresenta più una novità nemmeno a livello internazionale, così come peraltro la qualità della sua proposta artistica. Del resto – è opportuno sottolinearlo in via preliminare – nessuna indulgenza patriottica né alcuna comparazione della musica dei port-royal con quant’altro prodotto in ambito nazionale è possibile nell’accostarsi a un’opera come “Afraid To Dance”, che esclusivamente per il suo contenuto artistico merita di essere valutata.

Attenendosi appunto al solo contenuto, risulta subito chiaro come l’album prenda le mosse dalla medesima intersezione di influenze (post-rock, ambient, shoegaze), che già caratterizzava “Flares”, qui tradotte secondo una più marcata sensibilità elettronica, attraverso l’esplorazione di diverse sfaccettature delle potenzialità dell’uso di synth, campionamenti e filtraggi elettronici di ogni tipo. In questa complessa operazione, i port-royal si discostano non poco dall’originaria impostazione concettualmente post-rock, pur mantenendone intatte le caratteristiche emotive, adesso strutturate con grande cura secondo forme molteplici, che mai come in questo caso sfuggono ad accostamenti e definizioni convenzionali. Se, infatti, gli elementi della loro musica permangono pressappoco gli stessi del disco d’esordio, l’evoluzione dei port-royal risiede soprattutto nell’approccio compositivo e nel modo in cui passaggi diversi si snodano e si sovrappongono gradualmente nel corso dell’album e quasi sempre anche all’interno dei singoli brani.

Lo si comprende fin dal segmento iniziale del lavoro che, in omaggio ai riferimenti culturali teutonici della band, parte dallo zoo di Berlino (“Bahnhof Zoo”) accostando atmosfere avvolgenti, solcate da frequenze disturbate e variopinte manipolazioni sonore, a un profondo battito elettronico, che dona al brano corpo e sinuoso movimento. Immediata conferma di come uno dei tratti salienti di “Afraid To Dance” sia costituito da un caleidoscopio di raffinatezze elettroniche è fornita, dopo il breve preludio di distorsioni persistenti di “Pauline Bokour”, dalla splendida “Anya: Sehnsucht”, lungo la quale si dipanano toccanti visioni metropolitane e residui sentori nordici, intrecciati prima in sottili trame dai ritmi continuamente cangianti e poi tramutati in bozzetti di paesaggi sospesi e sinistri, fino al placido accenno pianistico del finale. Caratteri analoghi e anzi ancor più accentuati presentano anche i nove minuti di “Deca-Dance”, brano dall’impatto immediato e dall’iniziale ritmo ballabile che, intorno a una batteria elettronica sferzante, costruisce una notevole tensione sintetica, sfumata soltanto da melodie limpide ma contorte, dissolte in un finale etereo e spettrale, tra echi di voci lontane e languidi flutti ambientali.

Ma non finisce qui: perché se già simile ricchezza di intuizioni sarebbe sufficiente a riempire album interi, nelle restanti composizioni i port-royal offrono una serie di variazioni sul tema che fugano ogni possibile dubbio circa l’avvenuta maturazione del loro suono, non riducibile al solo innesto di beat più pronunciati e, a tratti, quasi ballabili. Tra le molteplici suggestioni riscontrabili nell’album, vi sono infatti anche le increspature glitch di “German Bigflies”, brano dallo sviluppo graduale e dal fascino oscuro, e le lente tessiture elettroacustiche che in “Roliga Timmen (Longing Machines)” fanno da contorno a un’impennata ritmica centrale e a seducenti movenze di impronta quasi shoegaze. In questa traccia e nella successiva “Internet Love”, i port-royal lasciano trasparire addirittura potenzialità prossime alla forma canzone, fornendo compiuta prova del cuore caldo e romantico di una musica che non rinuncia alle sue potenzialità emotive ma, filtrandole attraverso componenti più dense e cerebrali, ne elude la mera ripetizione secondo canovacci ormai scontati.

La parte conclusiva del lavoro esplora infine territori decisamente più astratti, prima espressi attraverso i battiti compassati e i mille rivoli di effetti elettronici che costellano il substrato ambientale di “Leitmotiv/Glasnost”, conferendovi piacevole movimento, e poi nelle atmosfere brumose e solo apparentemente glaciali di “Putin Vs. Valery” e in quelle notturne del placido finale “Attorney Very Bad (aka The Worst)”.

Se le tante variazioni di registro espressivo sopra illustrate possono sembrare già difficilmente compendiabili, altre ancora si rivelano di volta in volta nelle pieghe sottili di “Afraid To Dance”, dimostrando la freschezza e l’impressionante efficacia della formula artistica della band e la completa riuscita della scelta di porre l’accento su strutture compositive complesse, padroneggiate con abilità tale da conseguire un risultato dai tratti senza dubbio originali. È infatti vero che i port-royal sono rimasti coerenti con le radici della loro ispirazione artistica, ma ne hanno qui svolto e trasformato gli elementi, non accontentandosi di risultare una pur valida emulazione delle band già richiamate nel disco d’esordio, ma anzi dimostrando che i loro attuali orizzonti sono molto, molto più ampi.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 30 aprile 2007 da in recensioni 2007.
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