music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

North Star Deserter

VIC CHESNUTT – North Star Deserter
(Constellation, 2007)

Cantautorato dolente ed evoluzioni del miglior post-rock orchestrale: un’attrazione fatale tra due universi musicali paralleli, i cui prodromi si erano già manifestati in alcune opere prodotte dai collettivi canadesi gravitanti intorno all’etichetta Constellation, e che trova adesso consacrazione nella collaborazione di molti di quei musicisti con uno dei songwriter americani più validi e sensibili.

Prima di essere la semplice risultante dell’attività di un “supergruppo”, “North Star Deserter” rappresenta il punto d’incontro tra due percorsi artistici che, pur tra loro distanti, hanno seguito timidi passi di reciproco avvicinamento. Da un lato, Vic Chesnutt nell’ultimo “Ghetto Bells” aveva immerso l’essenzialità del suo songwriting in arrangiamenti orchestrali di epica drammaticità; dall’altro, i primigeni post-rocker canadesi avevano già più volte provato a “dar voce” alle loro fosche trame sonore, riuscendovi in maniera mirabile nel troppo poco considerato “Welcome Crummy Mystics” di Frankie Sparo, nonché nel più recente lavoro dei Silver Mt. Zion, “Horses In The Sky”.
Analogamente a quanto avvenuto lo scorso anno con l’album di Carla Bozulich, il “circolo chiuso” dei musicisti canadesi si apre ancora a decisivi contributi esterni da parte di artisti con storie e background musicali differenti, affiancando al duo Hangedup e ai Silver Mt. Zion al completo, non solo la voce e la scrittura di Vic Chesnutt, cui l’album è giustamente accreditato, ma persino un’icona del rock statunitense degli ultimi due decenni quale Guy Picciotto, qui impegnato in alcuni brani alla chitarra e ai field recording.

Le premesse derivanti dal numero e dalla qualità degli artisti che vi hanno partecipato sono pienamente rispettate in “North Star Deserter”, opera articolata e poliedrica, che non si limita alla mera sommatoria delle esperienze in essa raccolte, ma le coniuga in un unicum concettualmente coerente, seppur espresso nella prevalenza ora dell’approccio cantautorale “classico” di Chesnutt, ora di un’orchestralità sinistra e sovente distorta, ora infine dell’intensità drammatica di crescendo e spasmi elettrici.
Questi tre ideali capisaldi del lavoro, che in esso convivono intrecciandosi in maniera talvolta imprevedibile, sono chiaramente riscontrabili già nelle prime tre tracce e nel loro progressivo aumento di tono e complessità delle strutture compositive. L’album parte infatti in sordina con “Warm”, ballata dimessa ed essenziale, che non aggiunge molto a quanto da sempre espresso dal compunto cantautorato di Chesnutt; ma il contesto comincia a mutare già nella successiva “Glossolalia”, con il suo cantato sofferto, prima sostenuto da inserti d’archi distorti e pian piano affiancato da cori obliqui; infine, i sette minuti di “Everything I Say” danno luogo a una ballata orchestrale dalle atmosfere stranianti, scossa da spasmi elettrici ripetuti, che sembrano rappresentare la traduzione in un quadro cantautorale e vagamente bluesy dei crescendo lenti e impetuosi dei Godspeed You! Black Emperor, dei quali evocano l’alone apocalittico, raggiungendo una tensione drammatica ad essi paragonabile.

In tutta la restante parte dell’ora scarsa di durata dell’album, Chesnutt e i musicisti che l’accompagnano non si limitano a replicare le modalità espressive sopra individuate, ma le rimescolano in continuazione, rivelandone le tante possibili sfumature. Se si eccettuano, infatti, gli estremi rappresentati dalle pur efficaci ballate più sommesse ed essenziali (“Wallace Stevens”, “Over”) e dal claustrofobico sciamare elettrico “post-hardcore-blues”, scatenato dalla chitarra di Picciotto in “Debriefing”, l’album persegue con successo l’idea di sincretismo artistico ad esso sottesa, alternando l’inserimento, intorno a canzoni dalla chiara impronta cantautorale, di sobri arrangiamenti d’archi e pianoforte, loop elettrici, bozzetti di minimalismo acustico, substrati distorsivi uniformi e persino ipnotici accenni ambientali. Il risultato di queste continue transizioni sonore è particolarmente riconoscibile in brani come “Marathon”, “Fodder On Her Wings” e la magistrale “Splendid”, nei quali elementi eterogenei si fondono in compiuto equilibrio, coronando la scrittura e l’interpretazione vibrante del songwriter georgiano e allo stesso tempo segnando un ulteriore stadio evolutivo del percorso intrapreso dai musicisti canadesi in “Horses In The Sky”, album nei confronti del quale “North Star Deserter” si pone in evidente linea di continuità.

Così, i due universi artistici si incontrano e, senza collidere, si integrano in un album non ascrivibile all’uno né all’altro, ma dotato di una propria peculiare, tormentata identità, la cui forza espressiva fa rifulgere le doti dei suoi artefici, rivelando, traccia dopo traccia, dettaglio dopo dettaglio, un ibrido musicale denso di fascino e dai caratteri ormai sempre più consolidati.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 31 agosto 2007 da in recensioni 2007.
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