music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: HOOD

Inquiete dissolvenze metropolitane

Nel periodo imperante di shoegaze e brit-pop, in un sobborgo di Leeds, i fratelli Chirs e Richard Adams davano origine a una band che fin dall’inizio ha intrapreso un proprio peculiare percorso artistico. Dal post-punk in bassa fedeltà degli esordi, passando per sinistre astrazioni pastorali, fino ad intrecci con l’elettronica, una band dal suono in evoluzione costante e dalla sensibilità non semplicemente “indie”, né “post-rock”.

Inghilterra, inizio anni 90: il declino delle aree industriali urbane non ha prodotto soltanto narratori attenti all’introspezione sociale e band che nelle chitarre e nelle melodie ricercavano una via di fuga da contesti spesso difficili e realtà tali da confermare i più retorici luoghi comuni sul grigiore britannico.
Nella medesima temperie socio-culturale che originò l’enorme fervore musicale che negli stessi anni diede origine a quelli convenzionalmente etichettati come i fenomeni – allora imperanti – del brit-pop e dello shoegaze, a Wetherby, cittadina non distante da Leeds, i due giovani fratelli Richard e Chris Adams, spinti semplicemente da quella che loro stessi definiscono “small town boredom”, danno vita al nucleo fondante e durevole di una band destinata negli anni a mutare spesse volte formazione e coordinate artistiche.
Fin dall’inizio gli Hood si pongono in posizione parzialmente eccentrica sia nei confronti di brit-pop e shoegaze sia rispetto a buona parte della coeva musica indipendente britannica, dalla quale pur ricavano a piene mani ispirazioni e influenze, tuttavia unite a lasciti post-punk ed esperienze d’oltreoceano – prima fra tutte quella del rock da college-radio americana. Non è un caso, infatti, che tra i primi nomi ai quali gli Hood si accostano e vengono accostati, accanto a My Bloody Valentine, Talk Talk e Fall, si trovino Pavement, Bedhead e Go-Betweens.

Le prime prove discografiche della band sono dei singoli in vinile 7” e in edizioni limitate a poche centinaia di copie, usciti tra il 1992 e il 1994 (“Sirens”, “Opening Into Enclosure”, “57 White Bread”), che preludono al primo album vero e proprio, “Cabled Linear Traction”, anch’esso originariamente stampato in sole duecento copie.
L’album è ancora molto acerbo ma in qualche modo fulminante con le sue venti tracce, quasi tutte molto brevi, che provano a coniugare ruvidezze post-industriali in bilico tra garage-rock, shoegaze e una post-wave rumorosa, talvolta percorsa da voci eteree e melodie appena accennate (come in “Evening Returns”), in uno stile molto prossimo a quello dei My Bloody Valentine, altresì richiamati dalle ritmiche, in prevalenza secche e caracollanti.
Benché le analogie con la band di Kevin Shields e con alcuni dei coevi gruppi di “Madchester” siano facilmente intellegibili, gli Hood di “Cabled Linear Traction” lasciano già presagire una sensibilità artistica più articolata, che passa attraverso il particolare timbro vocale di Chris Adams e accenni di suoni obliqui, che su un ruvido substrato post-punk (culminante nelle urla angosciose di “Fades To An End” e negli otto minuti di “Untitled #2”) introducono atmosfere metropolitane caliginose e decadenti, frutto senza dubbio anche di reminiscenze dark. Le ricorrenti distorsioni liquide, l’inevitabile estetica lo-fi, le ripetute frammentazioni sonore e persino gli accenni folk di “Church, Circular” mostrano in nuce le molteplici potenzialità di una band provvista di una propria, seppur ancora incerta personalità, che fin dall’inizio non sembra accontentarsi di seguire scie altrui, pur attingendo innegabilmente da esse. Tali elementi di “Cabled Linear Traction” e la comune estrazione musicale dei primi Hood, pur percorrendo strade diverse, sembrano correre in parallelo a quelli dei Disco Inferno e delle band originate in quegli anni nella florida scena di Bristol (in particolare i Flying Saucer Attack), con alcuni esponenti della quale l’incontro sarà inevitabile e fondamentale per il percorso artistico dei fratelli Adams.

È tuttavia ancora presto perché il nome degli Hood cominci a circolare diffusamente negli ambienti indipendenti britannici: anche dopo il primo album la band continua infatti a produrre soltanto limitatissime edizioni in vinile per diverse piccole etichette, secondo un’abitudine che peraltro manterrà anche spesso in seguito, per inclinazione e non più per necessità. Intanto, nonostante le poche copie dell’album e dei singoli in circolazione, la band del West Yorkshire desta l’attenzione della Slumberland Records, che nel 1995 ristampa “Cabled Linear Traction” ancora solo su vinile ma con una distribuzione leggermente più ampia, e l’anno successivo pubblica “Silent ’88”, prima opera degli Hood a vedere la luce anche su supporto cd.

Pur apparendo a tratti più grezzo del suo predecessore, il secondo album Silent ’88 mantiene ancora cospicue tracce dall’originario indie-noise ma getta i prodromi delle ulteriori fascinazioni dei fratelli Adams, spazianti da paesaggi ambientali incentrati su drone chitarristici a piccoli bozzetti sonori malinconicamente sognanti. Nelle tracce, ancora una volta numerose, di “Silent ’88” vi sono tanti spunti, ma vi è anche notevole confusione e il disorientamento che ne risulta lascia l’idea che a questo punto della loro ancor breve carriera gli Hood non abbiano individuato con chiarezza la direzione da prendere, operando una scelta che inevitabilmente dovrà comportare rinunce ad alcune possibili forme espressive qui affastellate in maniera un po’ confusa. Prova ne sono il rumorismo abrasivo e inconcludente di molti brani e i troppi frammenti incompiuti sotto forma di tracce dalla durata inferiore al minuto. Non mancano però spunti interessanti come in particolare il post-punk malato dell’ottima “Her Innocent Stock Of Words”, gli schizzi bucolico-ambientali di “Rural Colours” e “Western Skies” e il dream-pop sporcato da feedback di “Hood Northern”.

Analogamente discontinua è anche la raccolta “Structured Disasters”, pubblicata più o meno in contemporanea col secondo disco, che comprende i singoli dall’origine della band fino a quel momento. Disordinati schizzi di impeto tardo-adolescenziale, che mostrano una band ancora incerta tra un noise lo-fi inutilmente disturbante, impacciati approcci con l’elettronica di stampo industrial e malriusciti omaggi ai Joy Division (“One Way Negative Friend Utilisation”), il tutto aggravato, rispetto a “Silent ’88”, dalla quasi totale assenza di concrete aperture stilistiche, nonché di brani in grado di lasciare un’impronta, ad eccezione della sola “70’s Manual Worker” che se non altro esplicita nei primi Sonic Youth i riferimenti d’oltreoceano dei fratelli Adams.

Da questi lavori, che potrebbero definirsi “giovanili”, traspaiono comunque qualità non indifferenti, nonostante tutti i limiti del caso. Perché il “brutto anatroccolo” dei primi album possa spiccare il volo in veste di proverbiale cigno c’è solo bisogno che gli Hood canalizzino le proprie energie mettendo a fuoco una direzione da prendere. A fiutare prima di altri le loro potenzialità e a fornire loro l’occasione giusta è un’etichetta importante, la Domino, alla quale gli Hood legheranno tutto il resto della loro carriera, almeno per quanto concerne le produzioni sotto forma di album.
È il 1998 ed è il momento dell’autentica svolta: una svolta che cancella (quasi) tutto quanto fin ad allora espresso dalla band e segna l’inizio vero e proprio di una nuova parabola artistica.

L’album che segna la svolta è “Rustic Houses Forlorn Valleys”, opera prodotta e realizzata in collaborazione con Matt Elliott (così come già il precedente singolo Useless), all’epoca ancora impegnato nelle destrutturazioni sonore di Third Eye Foundation.
L’incontro con Elliott, decisivo per i rispettivi percorsi artistici, corona l’avvicinamento degli Hood all’inquieta scena musicale di Bristol (dove l’album viene registrato) e risulta folgorante, tanto per il contenuto quanto per le modalità espressive della loro musica. “Rustic Houses Forlorn Valleys” capovolge, infatti, la consuetudine di venti e oltre brevi tracce di tutti i lavori precedenti, presentando soli sei brani, quasi tutti lunghi e articolati. A mutare è anche l’immaginario di riferimento, che trasferisce lo spleen metropolitano nell’isolazionismo della countryside, attraverso la dichiarata immersione in un “mondo dimenticato” nel quale “abbandonare i sogni” contemplando il cielo, come recitano alcuni passi del testo dell’iniziale “S.E. Rain Patterns”. È questo un vero e proprio brano-manifesto dei “nuovi” Hood, con i suoi quasi dieci minuti sospesi tra ambient sinistro, iterazioni di brevi loop chitarristici, in un crescendo graduale che implode in accordi più marcati, solcati dalla sofferente nostalgia del pianoforte di Elliott e del clarino di John Clyde-Evans.
In questo come nei due brani successivi aleggiano spesso i fantasmi dei Talk Talk e, soprattutto, dei Bark Psychosis (quelli dei singoli, piuttosto che quelli di “Hex”) ai quali rimandano altresì i frequenti loop elettronici e field recordings, ancora recanti lontane tracce lo-fi, arrotondate da delicatezze acustiche e ritmiche ovattate, che disegnano forme asciutte e stranianti di languido trip-hop in “The Light Reveals The Place” e in “Boer Farmstead”, quest’ultima caratterizzata anche dal cantato ipnotico di Nicola Hodgkinson, in seguito titolare di uno dei tanti progetti collaterali agli Hood, gli Empress. La seconda metà del lavoro risulta maggiormente movimentata, ma non perde di vista la rinnovata sensibilità della band, nonostante presenti una più netta prevalenza delle chitarre, in forma di distorsioni anche piuttosto copiose, come nel finale di “Diesel Pioneers”: accanto o, più spesso, preliminarmente ad esse, si dipana una straordinaria ricchezza di suoni che disegnano paesaggi campestri e rurali, finalmente in “canzoni” dalle melodie spettrali, appena percorse da disturbi elettronici, completate dall’austera alternanza di cantato e parlato di Chris Adams.

Dopo la realizzazione di quest’album fondamentale per la discografia degli Hood ma anche per un certo modo di intendere il (più o meno) post-rock “made in England”, la collaborazione con Matt Elliott continua, facendosi tanto stabile da far annoverare l’artista di Bristol nel line-up della band per il successivo tour. È dunque quasi una naturale conseguenza che, poco dopo, a entrare in studio per la registrazione dell’album seguente sia lo stesso gruppo di musicisti che aveva partecipato a “Rustic Houses Forlorn Valleys”, comprendente anche Andrew Johnson e Craig Tattersall, che nello stesso periodo daranno inizio al loro progetto minimalista elettro-acustico The Remote Viewer.

Nasce così “The Cycle Of Days And Seasons”, album che segna il trasferimento della band a Leeds, ove ne avviene la registrazione, sotto la produzione di Richard Formby (Spectrum, Dakota Suite).
Il nuovo lavoro prosegue – quasi inevitabilmente, dati i suoi presupposti – sulla strada intrapresa dal suo predecessore, del quale anzi accentua le componenti più astratte e dilatate, seppur in brani più concisi, intesi all’esile ricerca di accenni di una forma canzone eterea ma parimenti sofferta. “The Cycle Of Days And Seasons” è un lavoro di abbandono contemplativo, caratterizzato da fragili armonie, ritmiche soffuse e arrotondate, quasi sussurrato su tappeti sonori che coniugano i rallentamenti del trip-hop più vellutato e la raffinatezza di frequenti arrangiamenti di violino e pianoforte con field recordings pervasivi e frammenti di rumorismo destrutturante. Le atmosfere che risultano dal gioco di contrasti tra la morbida malinconia di melodie oblique e l’inquietudine di loop e distorsioni affioranti sono in prevalenza sinistre ma quasi mai opprimenti, anche grazie all’evanescente cantato-parlato di Chris e Nicola, delicatamente intrecciato nell’iniziale “Western Housing Concerns”.
Dall’ombroso ambient-trip-hop di “In Iron Light” alla visionarietà bucolica, prossima a quella di Piano Magic, di “Hood Is Finshed”, dalle trame acustico-pastorali di “How Can You Drag Your Body Blindly Through?” alla citazione dei Rachel’s di “…The Cliff Edge Of Workaday Morality”, “The Cycle Of Days And Seasons” rappresenta l’espressione di una band ormai distante anni luce dalle ruvidezze iniziali e un ulteriore passo nella direzione delineata dall’album precedente.

Tuttavia, la volontà dei fratelli Adams di intraprendere strade artistiche sempre nuove non permette loro di adagiarsi sull’equilibrio musicale apparentemente raggiunto con i due ultimi album. Anzi, è proprio questo il momento della transizione alla “terza fase” della loro carriera, che passa per un nuovo, radicale cambio di formazione: del gruppo che diede forma agli album della “seconda fase” restano infatti solo Chris e Richard, affiancati dal batterista Stephen Royle e dal compositore-sperimentatore Gareth S. Brown all’elettronica e al pianoforte.
Le prime prove del rinnovato registro espressivo della band possono riscontrarsi, a inizio 2001, nelle cinque tracce dell’Ep “Home Is Where It Hurts”, ove le atmosfere sinistre dei due lavori precedenti vengono immerse in più profonde ambientazioni elettroniche, mentre in alcuni dei brani ritornano incisive le chitarre, creando le armonie veloci e sorprendentemente “catchy” della title track o i crescendo drammatici, di chiara matrice post-rock, di “The Fact That You Failed”.

Alla fine dello stesso anno, il cambio di direzione viene consacrato dall’ambizioso album “Cold House”. Assistiti, ancora una volta, dalla produzione di Richard Formby, gli Hood riconducono la dimessa contemplazione bucolica delle ultime opere a una claustrofobica oppressione metropolitana, memore delle esperienze del recente passato e questa volta originata non più da scorie post-punk ma dallo spiazzante intreccio di timbri e ritmi urbani. “Cold House” è infatti il frutto di un ardito sincretismo tra il suono degli Hood, così come recentemente consolidato, e beat elettronici a tratti pronunciati sui quali il cantato serafico di Chris Adams si alterna in alcuni brani all’hip-hop di Dose One e Why?. Al di là dell’elemento vocale, tracce hip-hop si trovano sparse lungo quasi tutto l’album, sotto forma di continui cut-up sonori, ritmi quasi ballabili (come nel singolo “You Show No Emotion At All”) e torbide atmosfere che avvolgono testi sofferti e quasi sempre declinati in prima persona.
L’effetto che ne risulta è decisamente straniante: da un lato perché la cupa profondità sintetica è quasi sempre contrappuntata da chitarre acustiche, flauti, trombe e dalla frequente presenza del pianoforte di Gareth S. Brown, dall’altro perché gli Hood non rinunciano nemmeno in simile contesto a ripercorrere le sonorità dei primi due segmenti della loro carriera. Non mancano, così, accenni di ritmiche soffici e dilatazioni avvolgenti (“The River Curls Around The Town”), armonie nostalgiche appena sussurrate (“Lines Low To Frozen Ground”) e persino rivisitazioni secondo melodie più strutturate della schiettezza chitarristica degli esordi (“I Can’t Find My Brittle Youth”).

Definito questo nuovo, parziale cambiamento, gli Hood si rivolgono al passato ricostruendo gran parte della loro carriera attraverso alcuni degli innumerevoli singoli, prodotti in edizioni limitate per diverse piccole etichette, e compendiando tante altre tracce sparse tra compilation e vinili di difficile reperimento. Escono così in contemporanea per la Misplaced Records (etichetta alla cui attività partecipa lo stesso Richard Adams) due maxi-raccolte gemelle: “Singles Compiled” e “Compilations 1995-2002”. La prima comprende, in due cd, quasi sessanta tracce, una quindicina delle quali inedite e comunque tutte risalenti al periodo precedente il 1998. La generale brevità dei brani e il momento artistico al quale risalgono rendono facile il paragone con la precedente raccolta “Structured Disasters”, della quale si ritrovano qui tutti i limiti e le eccessive frammentazioni lo-fi. Fanno eccezione soltanto i quattro brani più recenti, tratti dai singoli “Filmed Iniziative” e “The Year Of Occasional Lull”, entrambi coevi a “Rustic Houses Forlorn Valleys”: non a caso il primo, che gli stessi Hood reputano tra le loro produzioni meglio riuscite, reca le stesse atmosfere di quello splendido album, mentre il secondo vede la band cimentarsi per la prima volta con definite astrazioni elettroniche.
Più interessante la raccolta “Compilations 1995-2002”, che invece comprende in maggioranza brani successivi alla “svolta” del 1998 e presenta un’ampia rassegna delle diverse vesti musicali assunte in quegli anni dai fratelli Adams, da permanenti residui lo-fi a piccole schegge acustiche, fino a più convinti ed eterogenei approcci con l’elettronica. Meritano una segnalazione, accanto ai soffusi spaccati acustico-ambientali “For A Moment, Lost”, “The Treacherous Mytholm Steeps” e “Song Of The Sea”, i due autentici gioielli nascosti nella raccolta, ovvero il pop obliquo del mancato singolo “Sound the Cliche Klaxons” e l’intensità allucinata di “I Have It In My Heart To Jump Into The Ocean”, brano prodotto ancora da Matt Elliott nel 2000 e ideale punto di raccordo tra la seconda e la terza fase artistica della band.

Dopo questa ponderosa parentesi, gli Hood ritornano al presente, prima con il singolo “The Lost You”, ove sono compresi, oltre alla trascinante title track, quattro inediti che sviluppano sia gli aspetti descrittivi che le componenti ritmico-ambientali del suono dell’album precedente, senza però perdere di vista le lontane reminiscenze post-wave, secondo una più pronunciata indole melodica.
È il preludio ad “Outside Closer”, album nel quale gli Hood, coadiuvati da collaboratori vecchi e nuovi, pongono in maniera esplicita l’accento sulle canzoni, caratterizzate da un cantato più strutturato e deciso che in passato ma allo stesso tempo portatrici delle molteplici esperienze di un’attività artistica ormai ultradecennale. Tra queste, il punto di partenza è rappresentato proprio dalle recenti fascinazioni hip-hop, ancora presenti, anche se declinate esclusivamente sotto forma di ambientazioni sonore, caratterizzate da bassi profondi e iterative segmentazioni ritmiche, ricondotte tuttavia ad unità da seducenti melodie ondulate (“The Negatives…”) e arrangiamenti acustici e quasi romantici (“Any Hopeful Thought Arrive”). Accanto all’aspra immediatezza di fondo di questi brani e di “The Lost You”, convivono in “Outside Closer” gentili rievocazioni dell’abbandono rurale di “Rustic Houses Forlorn Valleys” e la lacerazione di distorsioni ancora affioranti, in prevalenza unite, tuttavia, alla costante della dolente e uggiosa nostalgia di canzoni intrise di riflessivo disincanto, eppure in continua evoluzione emotiva e musicale.

Insieme a “Cold House”, “Outside Closer” rappresenta la definitiva stabilizzazione di una forma espressiva di straordinaria efficacia, frutto di esperienze e ispirazioni di una versatilità non facilmente riscontrabile in altre band contemporanee. Il percorso degli Hood è probabilmente periferico rispetto ai presunti “movimenti” musicali, ciononostante la peculiarità e lo sforzo di una continua ricerca personale, atta a rendere in musica le mille sfumature delle immagini dei splendidi artwork dei loro album e comunque fondamentale per un’importante fetta della musica prodotta in Inghilterra nell’ultimo decennio.

Ad Outside Closer, uscito all’inizio del 2005, seguono tre interi anni “sabbatici” consecutivi, che a questo punto lasciano nutrire più di un dubbio circa l’effettiva prosecuzione dell’attività artistica degli Hood, soprattutto se si interpretano come indizi la copertina dell’ultimo album e i titoli delle sue due tracce finali, “Closure” e “This Is It, Forever”. Tuttavia, proprio mentre la band è in prolungata fase di quiescenza, il 2007 vede i fratelli Adams impegnati in due nuovi progetti.
Chris, infatti, affiancato da Odd Nosdam, Chris Cole (Manyfingers) e Mark Simms (batterista dei Sierpinski) pubblica per Anticon il lavoro d’esordio di Bracken, “We Know About The Need”, nel quale riprende e sviluppa l’antinomia tra armonia e dissonanza, tra l’omogeneità di arrangiamenti avvolgenti e aspra frammentazione di fremiti e crepitii elettronici, in maniera spesso direttamente conseguente a quanto espresso nell’ultimo album della band. Mentre Richard, dà il via, con un interessante 7″ intitolato “The Future Sound Of Hip Hop Parts 1 & 2”, alla sua nuova creatura artistica, The Declining Winter, alla quale collaborano anche il fratello e ancora Chris Cole.
Solo il tempo dirà se questi progetti saranno semplicemente paralleli agli Hood oppure loro effettivi eredi, ma sembra fin d’ora certo che, a quindici anni dal loro esordio, la voglia dei fratelli di Wetherby di perseguire nuovi percorsi artistici non è ancora esaurita.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 22 novembre 2007 da in storie d'artista.
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