music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Waiting For The Dawn To Crawl Through And Take Away Your Life

DAKOTA SUITE – Waiting For The Dawn To Crawl Through And Take Away Your Life
(Glitterhouse, 2007)

Scusate il ritardo. È quello che potrebbe dire il cantautore inglese Chris Hooson, titolare, insieme a Danny Buxton, della sigla Dakota Suite, per i quattro anni di attesa per il seguito del precedente album “This River Only Brings Poison”. Ed è anche quello che dice, doverosamente, chi solo oggi e con mesi di ritardo si appresta finalmente a parlare di questo lavoro, dal titolo tanto chilometrico quanto emblematico, uscito nella prima metà dell’anno e sfuggito quasi completamente all’attenzione della critica. Del resto, l’indole compositiva di Hooson sembra fatta apposta per restare celata nell’ombra, ma pronta a dischiudere il suo piccolo universo di emozioni, raccontate sottovoce, a quanti abbiano la pazienza di travalicare la semplicità meramente formale di una musica scarna e dimessa, per essere avvolti dal delicato abbraccio di una malinconia tanto connaturata alla sensibilità del suo autore da risultare persino dolce oggetto di contemplazione.

“There’s never much to say between / the moments of our dreams and what we’ll do / and you’re afraid of everything / that could set you free”: con queste esemplificative parole si apre un lavoro interamente incentrato sui temi dell’abbandono, del dissolvimento di sogni e speranze e della conseguente, quasi placida accettazione dell’irrealizzabile conseguimento di una felicità compiuta.
Senza indulgere nell’auto-compatimento, Hooson mette a nudo con delicatezza e profonda umanità le paure di vivere e di amare (“Because Our Lie Breathes Differently”, “I’m Leaving You”), la fallacia di promesse che nemmeno la volontà è capace di mantenere (“A Darkness Of Moons”) e una disillusione così profondamente radicata nella solitudine dell’animo da non poter essere alleviata nemmeno dai sentimenti, da accogliere o respingere al tempo stesso (“Because Our Lie Breathes Differently”, ”Over A Loveless Winter”). Eppure, in parziale contraddizione con la costante poetica di fragile mestizia che pervade tutto il lavoro, in conclusione balena ancora il miraggio di un punto fermo (“All That I Can Hold Near”), qualcosa cui aggrapparsi e intorno a cui costruire una vita che pure “is about losing everything”.

Fin qui le emozioni. E la musica? Ovviamente anche la musica è perfettamente acconcia al mood dei testi, essendo incentrata su essenziali composizioni per chitarra acustica e pianoforte, tuttavia completate da ricchi arrangiamenti, che includono un ampio novero di strumenti (dal violoncello alle chitarre elettriche, fino al synth), creando un complesso di raffinata e dimessa orchestralità, perfetto contorno al suadente cantato di Hooson, soffice e quasi rassegnato alla sua sottile sofferenza. La varietà strumentale è, poi, completata dai ricorrenti fiati e da ritmiche sempre discrete e sfumate, che in diverse occasioni fanno assumere sembianze quasi jazzy all’incantevole limpidezza di trame acustiche e partiture pianistiche di semplicità ed efficacia disarmanti.
Nella malinconia di Hooson, non vi è pero solo spazio per un sereno e disincantato understatement emotivo e musicale, ma anche per passaggi più cupi e sinistri, seppure contraddistinti dalla medesima sobrietà espressiva sottesa a tutto il lavoro. È il caso delle pur smussate spigolosità elettriche di “All Your Hopes Gone Cold” e, soprattutto, degli strumentali “Uw Wanhopige Vrees” e “Early Century Maple”, con i loro loop di archi, torbidi e solenni al tempo stesso.

Al di là di queste eccezioni soltanto parziali, tutto qui è lieve e fioco, oltre che perfettamente riuscito, come avviene solo quando un’opera è profondamente sentita e autentica espressione di una sensibilità umana e artistica fragile, intensa e comunque dotata di un pacato equilibrio interiore. Chris Hooson, infatti, non è certo un ragazzino, e la sua maturità traspare dall’intima raffinatezza di un cantautorato che può trovare unica pietra di paragone nella dolente lentezza del Mark Kozelek più introverso, e dalla delicatezza di composizioni sommesse, di struggente e raffinata nostalgia.

Come dimostra anche il film-documento “Wintersong” – compreso nel Dvd allegato all’edizione limitata dell’album – per Hooson, la creazione artistica scaturisce da una semplice e tranquilla normalità, anni luce lontana da qualsivoglia sovrastruttura estranea all’ispirazione e alla voglia di mettere in musica le proprie sensazioni e la propria inconsolabile visione del mondo. Simile ispirazione non tollera fretta; non devono quindi stupire i quattro anni di silenzio che hanno preceduto questo gioiello di album, intenso e sentito come pochi, in apparenza ordinario ma ricolmo di un’umanità traboccante, forse non in grado di colpire tutti, ma tale da attecchire saldamente al cuore di quanti siano disposti ad abbandonarsi alle sue emozioni, anche correndo il rischio di restarne, dolcemente, feriti.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 22 novembre 2007 da in recensioni 2007.
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