music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

I Saw Her From Here, I Saw Here From Her

CHRISTIAN KJELLVANDER – I Saw Her From Here, I Saw Here From Her
(V2, 2007)

Forte di un contratto con una major, ritorna con il suo quarto album Christian Kjellvander, uno dei “Cowboys In Scandinavia”, cantautori svedesi più o meno conosciuti che sono stati presentati anche al di fuori dei confini nazionali grazie all’omonima ed esaustiva raccolta del 2006. Già in quell’occasione la voce pastosa e introversa di Kjellvander e le sue melodie che scorrono limpide su un’alternanza di chitarre acustiche ed elettriche si erano segnalate quali piacevoli rivelazioni, nel novero dei tanti artisti svedesi che traggono fonte d’ispirazione dalla tradizione cantautorale statunitense.

Anzi, il songwriter nativo di Ystad si colloca nel solco del più classico alt-country, tutto incentrato su una poetica malinconica, supportata da testi intensi e atmosfere in prevalenza intime e soffuse. È l’americana, così come tradizionalmente intesa, il terreno sul quale Kjellvander si muove con padronanza dei propri mezzi, tra delicatezze acustiche, spesso contrappuntate da un lieve cantato femminile, e assolati passaggi elettrici che bilanciano con la loro apparente spensieratezza i brani dai toni più sfumati e notturni, nei quali non solo si esplicano al meglio le qualità dell’autore svedese ma anche emerge chiara la sua aderenza allo stile romantico e misurato di Damien Jurado.

Sono proprio brani come “Somewhere Else” e “While The Birches Weep” a suscitare questo accostamento, con le loro melodie disegnate quasi solo dalla voce, poco più che sussurrata su fondali avvolgenti costituiti da semplici accordi, pur capaci di creare una tensione immobile, appena dissolta da crescendo repressi mai interamente liberatori di latente spleen drake-iano, perfettamente espresso da testi del tenore di “My eyes have seen more beauty, than my heart could ever hold” e “When I die, it won’t be the first time I wish that I was somewhere else”.

L’album si estende sostanzialmente su due territori emozionali diversi, legati tra loro dalla voce profonda e morbida di Kjellvander e pervasi entrambi da una vena malinconica di fondo: da un lato c’è l’irruente veemenza della coralità strumentale, dove batteria e pianoforte fanno la parte del leone, travolgendo la scena con le loro improvvise arrampicate e arrivando in alcuni momenti a dare quasi una sensazione di buia oppressione; dall’altro lato fa capolino la gentile luminosa quiete di un picking pulito ed elegante, che vezzeggia o sorregge, a seconda dei casi, il cantato di Kjellvander, dando così respiro alle fasi più concitate dei brani.
Il risultato complessivo è la creazione di un’atmosfera poeticamente oscura (o cupamente romantica), che potrebbe richiamare alla mente le grandi storie “d’amori e d’arme” dell’Orlando Furioso o di qualche altro racconto epico.

Questo lavoro di Kjellvander presenta, insomma, una serie di contrapposizioni stilistiche che si possono meglio comprendere se considerate come espressione dei diversi tumulti che agitano l’animo umano. O si potrebbe addirittura arrivare a immaginarle quali differenti manifestazioni di uno stesso stato d’animo, quando esaminato da punti di vista alternativi, che tendono a compenetrarsi in più di un’occasione: del resto, come il brillante titolo dell’album suggerisce, le situazioni non dovrebbero mai essere analizzate in maniera univoca, e nella musica così come nella vita cambiare l’angolazione o addirittura la veste d’osservazione è più che auspicabile, quasi fondamentale, poiché molto spesso può rivelarsi illuminante.

(in collaborazione con Alessandra Reale, pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 31 dicembre 2007 da in recensioni 2007.
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