music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Rivers Arms

BALMORHEA – Rivers Arms
(Western Vinyl, 2008)

Dimenticate per un attimo la contemporaneità, lasciate in secondo piano le alchimie compositive, innestate un’ideale macchina del tempo musicale: quello che ci si accinge a descrivere è un album fuori dal tempo, che rinnova la magia unica della declinazione, attraverso una sensibilità moderna, di una musica incentrata su sonorità acustiche e spunti cameristici variamente elaborati da pianoforte e archi.
A proporla è il duo texano formato da Rob Lowe e Michael Muller, già autori, sotto il nome Balmorhea, di un interessante lavoro autoprodotto nel 2007 e adesso alla loro prima prova ufficiale sull’etichetta Western Vinyl.

La rara capacità d’astrazione della loro musica, il suo aspetto strumentale e la centralità del pianoforte in quasi tutti i brani racchiusi nell’ora di durata di “Rivers Arms” riportano subito alla mente la mirabile esperienza dei Rachel’s. E, in effetti, il riferimento si rivelerà pertinente, almeno in alcuni passi di questo lavoro, tanto per affinità sonore quanto, soprattutto, per un’attitudine compositiva che, ben lungi dall’anelare a un classicismo formale e di maniera, denota un approccio non così distante dalle strutture e dalle componenti più placide di certo post-rock descrittivo oppure virato in chiave acustica (dai concittadini Explosions In The Sky a Tristeza ed Album Leaf).
In “Rivers Arms”, infatti, accanto alla notturna emozionalità del pianoforte, che cattura fin dalle prime note dell’ariosa “San Solomon”, vi è non solo il latente romanticismo degli onnipresenti violino e violoncello, ma anche la solare limpidezza di un picking acustico gentile, dai lievi tratti folk e in qualche passaggio persino latineggiante.

Tra queste coordinate, alle quali vanno aggiunti discreti field recordings e loop quasi impercettibili, si muovono le quattordici composizioni raccolte in quest’album, nel corso delle quali, di fronte a un’idea di fondo sostanzialmente uniforme, si alternano registri espressivi molteplici e ricchi di variazioni tematiche e compositive. Infatti, benché il ruolo centrale nella musica dei Balmorhea sia quasi sempre rivestito dal pianoforte, che non a caso sorregge i pezzi più toccanti del lavoro, le sue movenze passano con disinvoltura dalla grazia austera di “Lament” e “Limmat”, al languore di “Baleen Morning”, al trepidante crescendo dalle tinte post-rock di “The Winter”, fino alla nervosa torsione emotiva della splendida “Barefoot Pilgrims”.
Per quanto possa apparire singolare, dati i suoi presupposti, “Rivers Arms” è un album interamente giocato su latenti contrasti musicali ed emotivi, su opposti percettivi che si attraggono, fino a trovare un bilanciamento tanto perfetto da poter erroneamente apparire scontato, proprio in ragione della sua straordinaria naturalezza.

La medesima coniugazione di immagini diverse è valida anche per le suggestioni evocate dai brani, in prevalenza improntati a un sereno raccoglimento, eppure continuamente cangianti, dalla luminosa contemplazione di paesaggi sterminati all’intimo abbraccio delle piéce pianistiche più minimali, nelle quali sono sufficienti gli interstizi tra le note per togliere il respiro e conseguire un risultato di semplice e asciutta intensità, paragonabile a quella di compositori quali Max Richter o Sylvain Chauveau. È in una dimensione onirica e in una stagione atemporale, che si colloca la musica dei Balmorhea, a metà tra le assolate note acustiche di “The Summer” e l’impeto sublime di “The Winter”, tra l’arioso romanticismo delle tante melodie leggiadre e l’inquietudine claustrofobica di “Context” e “Process”, i due brani nei quali sono involuti field recordings a prendere il sopravvento, disegnando statiche nature morte, prossime a territori dark-ambient.

Attraverso le tante sfaccettature di un cristallo opaco, ma di limpida purezza, emerge lo splendore di “Rivers Arms”, opera più complessa di quanto possa apparire in superficie, parimenti in grado di essere apprezzata dalla mente e amata dal cuore, colpendo la prima con la sua lucida classe compositiva e carezzando il secondo con la dolcezza crepuscolare di trame sonore dense di fragili ma persistenti emozioni.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 febbraio 2008 da in recensioni 2008.
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