music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Priest Lake Circa ‘88

SLOW DANCING SOCIETY – Priest Lake Circa ‘88
(Hidden Shoal, 2008)

I confini tra le definizioni con le quali per convenzione si individuano i generi, si sa, diventano sempre più labili, così da permettere l’emersione di interessanti spazi di creatività quali presupposti di accostamenti talora arditi e – meglio ancora – per graduali ricalibrature di stili tra loro contigui.
Può essere il caso del post-rock, troppo frettolosamente dato per morto, quando invece proprio dalle aperture a forme espressive diverse (ad esempio lo slowcore dei Gregor Samsa, lo shoegaze dei Workhouse, l’animo classicheggiante degli Anoice) riesce a trarre nuova linfa vitale. È allora il caso anche di Drew Sullivan, produttore newyorkese adesso giunto al terzo lavoro a nome Slow Dancing Society, sempre sotto l’egida dell’attivissima etichetta australiana Hidden Shoal.

Come già nei due precedenti “The Sounds Of Lights When Dim” e “The Slow And Steady Winter”, Sullivan combina una sensibilità non distante dal post-rock con un approccio di complessa dilatazione, inteso a creare sonorità sostanzialmente ambientali, seppure percorse da una pluralità di elementi e incentrate in prevalenza su trame chitarristiche evanescenti, avvolte in esili feedback e, più spesso, filtrate fino alla loro trasformazione in raffinati drone.
La differenza di forma sonora tende anzi a svanire, nell’ora abbondante di “Priest Lake Circa ‘88”, scolorando in una liquidità ambientale che alterna un’inquietudine sotterranea ad atmosfere sognanti ma trattate con rigore compositivo e grande sobrietà espressiva.

Quasi senza soluzione di continuità, si passa infatti dall’aspra dilatazione che caratterizza il breve intro “Forever Young” al lento dipanarsi di un costante flusso ambientale, puntellato da vocalizzi eterei, come in “Sun Spots”, o espanso nei tredici minuti di rilassate iterazioni di “The Red Summer Sun”, che riportano alla mente le rilucenti modulazione di Eluvium.
A fronte di una prima parte dell’album dalla spiccata vena ambientale, la seconda introduce qualche variazione in più, affiancando prima in “Pastel Dusk” le sonorità liquide a voci angeliche e carezzevoli note di chitarra, e riportando poi in superficie un’impostazione appunto prossima al post-rock. Se infatti già “A Warm Glow” presenta una progressiva stratificazione di pattern chitarristici che creano delicate sospensioni temporali, la conclusiva “The Iridescence Of Innocence” segue lo stesso schema di vero e proprio crescendo, con la differenza che qui la fisionomia delle chitarre si percepisce in maniera netta e non filtrata, anche se ben presto finisce per confondersi di nuovo con l’avviluppante, psichedelica quiete di fondo.

Insomma, in “Priest Lake Circa ‘88”, Drew Sullivan riesce a bilanciare in maniera pregevole l’essenza ambientale della sua musica con un piglio concettualmente post-rock (inteso nell’accezione di band quali Tarentel o The Album Leaf), dando forma a un’ibridazione apprezzabile, ennesima prova di come la realtà creativa sia facilmente in grado di superare la rigidità degli schemi definitori.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 25 agosto 2008 da in recensioni 2008.
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