music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Rest, I Leave It To The Poor

PLINTH & TEXTILE RANCH – The Rest, I Leave It To The Poor
(Make Mine Music, 2008)

Anche nelle annate discografiche per lui insolitamente avare di uscite, Glen Johnson è artista che sa tenersi impegnato, non solo con l’attività dal vivo e la scrittura di nuove opere, ma anche con qualcuno degli ormai numerosi progetti collaterali che costellano l’universo musicale gravitante intorno a Piano Magic. Così, mentre la band principale nel 2008 si è segnalata soltanto per il breve Ep “Dark Horses” ed è annunciato a breve un suo inedito album solista, Johnson ha pensato bene di rispolverare il suo alter-ego minimal-elettronico Textile Ranch per una collaborazione del tutto estemporanea, che lo vede affiancata a Mike Tanner aka Plinth, già collaboratore di artisti quali Sharron Kraus e Pantaleimon, nonché brillante manipolatore di suoni elettroacustici.

Punto d’incontro tra i due artisti è la comune passione per l’elaborazione sonora minimale e per la creazione di bozzetti incantati, fuori dal tempo, di precisione e fragilità tale da risultare non poco sinistra. Per Johnson è un po’ un ritorno alle origini di Piano Magic, ad atmosfere spettrali costruite su microsuoni, flebili dissonanze, melodie liquide appena accennate e disseminate di battiti, tintinnii e rumori ambientali dalle più svariate provenienze.
Nell’unica traccia di oltre quaranta minuti che viene offerta come risultato della collaborazione, l’origine dei suoni è stata accuratamente scelta per un esplicito omaggio all’estetica vittoriana, il cui fascino Johnson non ha mai nascosto di subire, in particolare nelle opere iniziali della produzione di Piano Magic, e che adesso nella collaborazione con Tanner ha trovato nuova ispirazione nonché presupposti stilistici ideali per essere realizzati.

Il lunghissimo brano “The Rest, I Leave It To The Poor”, si svolge infatti attraverso molteplici movimenti, che si susseguono senza soluzione di continuità nel lento fluire di una colonna sonora in continua evoluzione, alla quale i due artisti apportano ognuno il proprio contributo, dissolto in unicum coeso e indistinguibile. Se infatti la chitarra di Johnson è l’unico elemento del quale si riconosce la paternità, la parte preponderante del lavoro si snoda attraverso l’accostamento di liquidi suoni acustici a field recordings e tessiture sintetiche, compendiati in una sorta di ambient-music pervasa da fosche sfumature anche quando, come nella prima parte, prevale uno studiato groviglio sonoro da casa degli spiriti.
La parte centrale del lavoro vira invece con maggior decisione verso l’ambient, conseguendo una più sognante levigatezza, brevemente coronata da qualche vocalizzo di Angéle David-Guillou, ma ben presto sovrastata dal cupo incedere di field recordings post-industriali e dall’affacciarsi di una componente ritmica. Il finale diventa invece sorprendentemente lieve, per quanto niente affatto rassicurante (basti pensare allo sparo che interrompe dei versi di uccelli), contrassegnato com’è prima da esili note di xilofono e infine da una soffusa melodia d’organo, che suggella l’atmosfera al tempo stesso asettica e polverosa che si respira per tutta la durata di “The Rest, I Leave It To The Poor”, non semplice divertissement, ma (ri)scoperta di un fascino inquieto di un’antica bellezza.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 26 dicembre 2008 da in recensioni 2008.
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