music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

How To Get To Heaven From Scotland

AIDAN MOFFAT & THE BEST-OFS – How To Get To Heaven From Scotland
(Chemikal Underground, 2009)

È passato ormai qualche anno dal definitivo esaurimento dell’esperienza degli Arab Strap, band tanto rilevante quanto relativamente poco considerata nella transizione tra anni 90 e duemila. Col senno di poi, alla luce delle successive prove di Malcolm Middleton e Aidan Moffat, si capisce che i due avevano in mente percorsi artistici piuttosto diversi. Nel giro di poco tempo, il primo ha già sfornato due album improntati a un classico indie-rock dai tratti espliciti, mentre solo adesso il barbuto Moffat sembra aver trovato una nuova dimensione, coerente col suo invariabile cantato biascicato e con la sua aspra ironia.
Attenzione, però, perché “How To Get To Heaven From Scotland” (titolo a quanto pare tratto da quello di un pamphlet religioso recapitatogli per posta…) non rappresenta la sua prima opera post-Arab Strap, anche se molto probabilmente è destinata a costituire un vero e proprio “nuovo inizio”, dopo le divagazioni ambientali dell’album uscito nel 2007 a nome del suo alter-ego elettronico Lucky Pierre e dopo i brevi e inconcludenti frammenti intrisi di alcool e sesso del mini dello scorso anno “I Can Hear Your Heart”.

Adesso Moffat ha ricostituito intorno a sé un gruppo di musicisti – tra i quali Stuart Braithwaite dei Mogwai, Alun Woodward e Stewart Henderson dei Delgados – incaricati di fornire una base e un suono più ricco alle caustiche riflessioni sulle miserie umane e su quelle sue personali, narrate con l’abituale disincanto e in completa assenza di edulcorazione. Ruvido e cupo come suo solito, Moffat compendia in questo lavoro aspri ricordi di disperati racconti sentimentali (“Ballad Of The Unsent Letter”), storie di solitudini (“Now I Know I’m Right”) e paternità mancate (“Lullaby For Unborn Child”). Accanto a queste tematiche e al mood fosco e uggioso che le caratterizza, si rivela però anche l’indole più ridanciana di Moffat, quella del momento della sbornia, piuttosto che quella della susseguente disforia.
“How To Get To Heaven From Scotland” oscilla, infatti, tra i due estremi di filastrocche groovy, nel solco della tradizione delle Highlands, e litanie al rallentatore, a metà tra cantato e spoken word. Dall’incurante straniamento dell’iniziale “Lover’s Song” e del suo battito elettronico soffocato da un violino a tinte folk, all’ebbro stornello “The Last Kiss, passando per la convivialità della sagace “Oh, Men!”, Moffat mostra di aver ritrovato il semplice piacere di scrivere e il suo spirito sarcastico, adesso nuovamente convogliato in brani provvisti di una loro coerenza espressiva.

In particolare, all’artista scozzese sembra giovare lo spostamento stilistico da salmodie brevi e disarticolate a canzoni di più ampio respiro, nelle quali traspare l’incondizionata asprezza dei testi e la ben nota sensazione di impeto represso, caratteristica saliente della sua esperienza artistica più duratura e significativa. Non è un caso, infatti, che i pezzi meglio riusciti dell’album siano i più articolati “Atheist’s Lament” e “A Scenic Route To The Isle Of Ewe”, non solo dotati di melodie definite, ma declinati secondo la peculiare vena intimista di Moffat. Si tratta però solo di casi isolati nel complesso di un album che continua a risentire di una certa frammentarietà, tale anche da non evidenziare a dovere la notevole ricchezza di un impianto strumentale che passa con nonchalance dal mandolino all’elettronica, da semplici accordi acustici a uno scanzonato registro tradizionale.

Non così distante dagli ultimi Arab Strap per costituire un’autentica cesura nel percorso artistico di Moffat, non così ispirato da rappresentare la naturale continuazione di quanto già detto insieme a Middleton, “How To Get To Heaven From Scotland” rappresenta senz’altro un nuovo inizio e la manifestazione dell’apprezzabile volontà di rimettersi in discussione di un artista arguto e sempre fedele a se stesso, che dopo tanti dischi, tante pinte e tante storie finite male mostra ancora di sapersi divertire facendo musica.

(pubblicato su ondarock.it)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 20 marzo 2009 da in recensioni 2009.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: