music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

The Hazards Of Love

THE DECEMBERISTS – The Hazards Of Love
(Capitol, 2009)

Si alza il sipario, un preludio di organo e archi introduce in un’atmosfera incantata e ad uno ad uno entrano in scena gli interpreti chiamati a portare sul palcoscenico una novella popolata da fanciulle, regine e creature silvestri, delitti, tradimenti e gelosie. La compagnia che mette in scena la rappresentazione è quella capitanata da Colin Meloy, coadiuvata per l’occasione da ospiti d’eccezione quali Robyn Hitchcock, Becky Stark (Lavender Diamond) e Shara Worden (My Brightest Diamond), che aggiungono voci e personaggi a una narrazione che mai come stavolta incarna la vocazione teatrale da sempre dimostrata dalla musica dei Decemberists.
“The Hazards Of Love” – titolo che riprende quello di un Ep della folksinger inglese Anne Brigg, risalente al 1966 – non è un album risultante dalla compilazione di una tracklist di canzoni tra loro slegate, ma una vera e propria rock-opera nella quale si susseguono le diverse scene di una trama corredata da un impianto musicale volto a esaltarne gli snodi salienti.

Chi li conosce da tempo, sa che i Decemberists avevano già realizzato una similare piéce a più voci nell’Ep “The Tain”; qui però la band di Portland ha deciso di fare le cose in grande, dedicando a questa rappresentazione un intero album dalla durata di un’ora e articolato in ben diciassette tracce: una vera e propria rock-opera, per l’appunto, non solo a livello di impostazione formale ma anche e soprattutto per contenuto musicale.
Se infatti gli ultimi due album – “Picaresque” e “The Crane Wife” – avevano palesato una graduale trasformazione nel suono della band rispetto alla freschezza folk-rock delle origini, “The Hazards Of Love” ne accentua sensibilmente i caratteri riconducibili al rock più classico. Attenuata la vocazione indie di “The Crane Wife”, i Decemberists recuperano una varietà di toni e registri che segue fedelmente il canovaccio della storia così trasposta in musica, avvicendando il tono lieve di soffici melodie di chitarra e contrabbasso a linee ritmiche marcate ed eccessi elettrici piuttosto inconferenti.

Sulla riproposizione di queste alternanze, al tempo stesso stilistiche, strumentali e narrative, vive tutto il lavoro, che si dipana da un lato tra madrigali e sghembe ballate dal tono elegiaco e dall’altro presenta corpose reminiscenze (hard!)rock dal sapore decisamente vintage. Il secondo aspetto prende il sopravvento nei momenti di maggior carico drammatico del racconto, come nel caso degli insistiti rilanci elettrici e del finale psych di “The Queen’s Rebuke/The Crossing”, che svelano imprevedibili attinenze con Led Zeppelin, Deep Purple e i Pink Floyd più pomposi. Ancorché non mal congegnati, si tratta di episodi fin troppo invasivi nell’economia di un album in cui è ancora dato riscontrare sprazzi del songwriting brillante di Meloy, applicato tanto a ballate di dolente romanticismo (“The Hazards Of Love 2”, “Annan Water”), quanto a frammenti epici dal passo svelto e dall’effetto coinvolgente assicurato (la complessa “The Wanting Comes In Waves/Repaid”, il trascinante singolo “The Rake’s Song”).

Il vorticoso succedersi di momenti, parallelo allo snodarsi della vicenda, conferisce varietà a un’opera concepita e realizzata in modo corale, ma non sempre riesce a mantenere viva l’attenzione, invece messa a dura prova dalla sua lunghezza e dalla ricorrente magniloquenza di certe derive vintage/heavy/progressive, che possono trovare giustificazione nel concetto stesso di rock-opera, ma alla lunga appesantiscono con orpelli e interpretazioni troppo enfatiche una scrittura altrimenti godibile, quanto meno dal punto di vista più strettamente letterario.
Da quello musicale, invece, assodato ormai che i Decemberists hanno deciso di affrancarsi dall’estrosa impostazione folk-rock dei primi album, “The Hazards Of Love” li proietta in maniera netta verso una nuova e ambiziosa dimensione, che denota però segnali di involuzione stilistica che mal si confanno al pur apprezzabile recupero di una discreta freschezza di ispirazione. È per questo motivo che, al termine della rappresentazione, alla compagnia allargata che l’ha messa in scena non sarà riservata la preventivata standing ovation, ma solo sparuti applausi, accompagnati da più di qualche fischio.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 marzo 2009 da in recensioni 2009.
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