music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Veckatimest

GRIZZLY BEAR – Veckatimest
(Warp, 2009)

Una copertina policroma e un titolo quasi impronunciabile – dedicato a un’isola disabitata, tra gli estremi avamposti del Massachussets verso l’Atlantico – introducono il terzo lavoro della band di Edward Droste, che dalla matrice estemporanea dell’esordio “Horn Of Plenty” si è sviluppata in progetto stabile e aperto a collaborazioni e fascinazioni artistiche tra le più varie.
È il lavoro parallelo sul suono e sulle canzoni a caratterizzare “Veckatimest”, opera nella quale la band si avvale anche del contributo di Nico Muhly in sede di cura degli arrangiamenti e di quello vocale di Victoria Legrand dei Beach House, che conferisce ulteriori tratti trasognati ad alcune delle dodici cangianti raffigurazioni racchiuse nei poco oltre cinquanta minuti dell’album.

Articolato nei suoni e nel songwriting, “Veckatimest” vede i Grizzly Bear insistere da un lato sulla freschezza pop-folk già evidenziata in “Yellow House”, dall’altro dedicarsi a un arricchimento di tonalità, strumenti e cori, che insieme modellano melodie sfuggenti, costruite in via incrementale attraverso progressive stratificazioni di rilanci armonici e variazioni imprevedibili. Tanto imprevedibile dal punto di vista sonoro quanto di difficile inquadramento da quello stilistico, “Veckatimest” conferma, tra i tratti salienti della musica dei Grizzly Bear, una coralità bucolica costellata da incastri ritmici e melodie ariose, sulle quali vengono adesso introdotti coinvolgenti crescendo in chiave moderatamente acida e una certa solennità degli arrangiamenti, tuttavia gestita in maniera mai pedante, in modo da non smarrire di vista l’obiettivo della fruibilità e quello di un relativo ordine nelle composizioni.

Benché infatti l’irregolarità delle melodie connoti con evidenza l’album fin dal suo inizio, l’andamento ondeggiante della maggior parte dei brani non si traduce in ostentate derive freak in stile Animal Collective, sfociando piuttosto in canzoni dai più pronunciati accenti pop. È il caso dell’aggraziata polifonia vocale di “Two Weeks”, dell’efficacissimo passaggio tra “Ready, Able” e “About Face” e della perfetta popsong corale “While You Wait For The Others” che, a voler cercare a tutti i costi degli accostamenti, coniugano con palese naturalezza la più classica vena pop dei Beach Boys con la trasfigurazione solare degli ultimi Sigur Rós e con la grandiosità d’impianto sonoro degli Arcade Fire.
Droste e soci non dimenticano tuttavia la loro originaria matrice folk, che riaffiora in superficie nella conclusiva “Foreground”, che riconduce a una quieta elegia acustica tutto quanto fin lì offerto da “Veckatimest” e dalla sua coralità celestiale percorsa da iterazioni armoniche, timide dissonanze e controllate fughe psichedeliche.

Le infinite sfumature del caleidoscopio creato dai Grizzly Bear confermano senz’altro quanto di buono già lasciato intravedere nelle opere precedenti, facendo riscontrare nella loro vorticosa modalità espressiva quel giusto equilibrio tra tessiture melodiche e divertite timbriche di folk corale invano perseguito da tanti altri artisti che finiscono per perdersi nei meandri di un disordine compositivo studiato ma troppo spesso fine a se stesso. In questo caso, lo spirito giocondo di base e persino l’abbandono a qualche divertita eccentricità risultano invece funzionali a un pop sì obliquo e inafferrabile, ma dotato di un propria spiccata impronta caratteriale e sorretto da canzoni che, superata qualche comprensibile difficoltà iniziale, riescono gradualmente a entrare in circolo, forti di una sapiente efficacia di scrittura e di un incontaminato spirito frizzante.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 25 maggio 2009 da in recensioni 2009.
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