music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

At The Cut

VIC CHESNUTT – At The Cut
(Constellation, 2009)

Esattamente a due anni di distanza da “North Star Deserter”, Vic Chesnutt è tornato in studio con gli stessi musicisti che avevano contribuito a quell’incredibile connubio tra cantautorato e post-rock, ovvero Guy Picciotto e molti degli artisti che nell’ultimo decennio hanno gravitato intorno ai collettivi Godspeed You! Black Emperor e Silver Mt. Zion.
Nell’intervallo tra quel lavoro e il nuovo “At The Cut”, l’attivissimo Chesnutt ha trovato modo di porre in essere un’altra collaborazione – quella con Elf Power in “Dark Developments” – ma evidentemente la splendida riuscita della sua precedente esperienza canadese ha indotto lui e tutti gli artisti in essa coinvolti a ritrovarsi presso i gloriosi Hotel2Tango per non lasciare che quello di due anni fa restasse un episodio estemporaneo nei rispettivi percorsi.

Benché muova appunto dagli stessi identici presupposti di “North Star Deserter”, “At The Cut” non rappresenta semplicemente una sorta di secondo capitolo di quel lavoro, procedendo invece in maniera ancora più sensibile nella direzione di una ancor più equilibrata integrazione tra la brillante scrittura del cantautore di Athens e l’orchestralità obliqua e talvolta impetuosa dei musicisti canadesi, adesso più spesso chiamata ad accompagnare con discrezione i toni dolenti dei testi e del cantato, che non a sovrastarlo con la propria disperata epicità.
Anche qui non mancano un paio di episodi nei quali si fanno sentire torbidi vortici elettrici e linee di basso pronunciate, tuttavia il lavoro è connotato soprattutto dai tratti intimi e personali del cantautorato di Chesnutt, sovente tradotto in scarne ballate acustiche o in un inquieto blues elettrico, nel quale slide guitar e sovrapposizioni abrasive dialogano con estrema naturalezza.
A tutto ciò fanno da opportuno contorno arrangiamenti in classico stile Silver Mt. Zion, caratterizzati dalla ben nota solennità di archi, pianoforte e organi, che si inarcano in controllati crescendo, solo in poche occasioni (l’iniziale “Coward” e “Philip Guston”) preliminari a impennate decise, più spesso invece funzionali a mantenere alta la tensione persino nei brani più calmi.

L’alternanza di ambientazioni sonore riflette peraltro fedelmente la varietà dei moti dell’animo espressi da Chesnutt in testi pervasi da tagliente ironia e spietata autocoscienza, che spaziano da una pluralità di citazioni letterarie (Frank Norris, Joseph Roth, W.H. Auden) a narrazioni a cuore aperto come quelle dell’immaginifico e toccante dialogo con la morte di “Flirted With You All My Life” (“dear to me, even tease me with your sweet relief”) e della torrenziale confessione tra particulare e universale “It Is What It Is” (“I am a monster like Quasimodo or Caliban, the natural man”, e ancora “Appearance is everything so nothing is how it seems. In a market economy it’s called marketing”).
Se dal punto di vista della poetica di Chesnutt le tematiche dell’album traggono dal riconoscimento della fragilità umana forza e tensione espressiva straordinarie, da quello del contenuto musicale il lavoro evidenzia ancora una volta come il pathos orchestrale di Efrim Menuck e soci costituisca un contesto ideale per il sofferto songwriting del cantautore americano, le cui aspre interpretazioni si dimostrano a loro volta complemento perfetto nel dar voce a un connubio tra stili ormai non più inedito ma pur sempre ambizioso.

Che si manifesti nel delicato intimismo acustico di “When The Bottom Fell Out” e “Granny”, nelle soffuse tonalità da camera di “We Hovered With Short Wings” o nei tanti saggi di blues acustico declinato al tempo del (post-)post-rock, la tormentata austerità che promana da quasi tutti i brani induce a considerare “At The Cut” un nuovo ponte gettato tra il lirismo southern gothic e le angosciose spinte propulsive dei collettivi canadesi; ma si tratta, a ben vedere, di due facce della stessa medaglia, due modalità diverse di espressione di una sensibilità affine, della medesima dolente weltanschauung.
Rispetto a “North Star Deserter” può essere venuta meno soltanto la sorpresa per l’inusitata collaborazione, tuttavia adeguatamente compensata dall’accresciuto amalgama tra le varie componenti di quest’opera. E se in soli due anni brani quali “Glossolalia”, “Marathon” e “Fodder On Her Wings” possono già considerarsi icone di uno straordinario incontro artistico, le varie “Coward”, “Flirted With You All My Life” e “Chinaberry Tree” hanno sin d’ora tutte le carte in regola per poter andare incontro al medesimo destino.

(pubblicato su ondarock.it)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 23 settembre 2009 da in recensioni 2009.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: