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suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Marit

annelies_monsere_maritANNELIES MONSERÉ – Marit
(Auetic, 2009)

Polistrumentista belga con alle spalle un album, diversi Ep e cd-r, Annelies Monseré tiene a battesimo col suo nuovo lavoro la prima pubblicazione ufficiale di Auetic, etichetta facente capo al sempre attivissimo David Wenngren (Library Tapes).
Nei rispettivi campi artistici, punto di contatto tra i due è senz’altro la propensione di entrambi per uno stile espressivo scheletrico, che nel caso della Monseré si esplica in semplici bozzetti casalinghi in bassa fedeltà, le cui estese sospensioni temporali fanno da sfondo a melodie vocali di consistenza spettrale ed eterea.

L’estremo minimalismo espressivo dell’artista belga segna un significativo passo in avanti nella mezz’ora scarsa di “Marit”, tanto dal punto di vista della scrittura dei brani quanto da quello di un suono che adesso presenta una notevole varietà strumentale, anche grazie all’apporto di collaboratori del calibro, tra gli altri, di Nathan Amundsen (Rivulets) e di Jessica Bailiff, con la quale ultima già da tempo la Monseré ha stretto un forte sodalizio artistico, sia dal vivo che su disco. Sono del resto evidenti le affinità espressive tra le due: comuni, infatti, l’attitudine alla bassa fedeltà, la narcolessia e il taglio intimo e fortemente evocativo del cantato.
Tuttavia, a differenza di quanto avveniva nell’album d’esordio “Helder”, in “Marit” non si scorgono soltanto compassate trame pianistiche e riverberi chitarristici a fungere da basi a frammenti di canzoni in penombra, ma l’impianto strumentale risulta notevolmente arricchito da archi, drone elettrici, timidi accenni ritmici e innumerevoli sciabordii e altri microsuoni elettroacustici. Prova evidente ne è l’articolazione tra romantica ambient pianistica e increspature elettriche di un brano come “Like Yesterday”, che con i suoi sei minuti costituisce un’eccezione all’estrema concisione di frammenti tuttavia sempre dotati di una compiutezza intrinseca, persino quando si attestano intorno al minuto di durata.

Le tante miniature sotto forma di canzoni raccolte nell’album riflettono in maniera molto fedele nei loro elementi le tematiche del mutamento e della stabilità, disseminate negli scarni testi di molti dei brani, conferendovi contesti di profonda e notturna introspezione. Prendono così forma inquiete texture di drone e ceselli chitarristici sonnolenti, che nei momenti più toccanti lasciano spazio alle note ovattate di un pianoforte cadenzato, secondo modalità che sembrano quasi fornire voce e melodie all’afasia di Library Tapes, andando altresì con movenze al rallentatore nella direzione della visionaria immobilità ambient-core degli ultimi Spokane (“Common Ground”, “I Will Lock You”, “Can’t”). Parallelamente, l’artista belga accentua la definizione del suo songwriting, agendo su armonie sospese, che si strutturano spesso in intorno a pochi accordi, come nel caso del narcolettico duetto dalle vaghe tinte folk con Amundsen in “Will You Be Found?”, e della straniante elegia intima di “Have You Heard?”, ove più evidente che mai è l’analogia con Jessica Bailiff. Ulteriore prova della minor ritrosia della Monseré nell’affrontare vere e proprie canzoni, che travalicano l’evanescenza dei suoi sussurri e sospiri, è infine data dalla sorprendente cover dei Cranes “September”, qui riletta attraverso una melodia acustica che gradualmente si inarca in torsioni spettrali di fascino purissimo.

Sinuosa, appunto, ma mai accomodante nella sua sensibile crescita melodica, Annelies Monseré ha compendiato in “Marit” tanti spunti di ascetismo lo-fi, conseguendo con notevole sensibilità una sua personale declinazione dei molteplici modi di intendere produzioni musicali casalinghe e sonnolente, i cui riferimenti spaziano dalle oscure esperienze della scena di Bristol (Movietone, Crescent) ad allucinate visioni di avvolgente psichedelia (Christina Carter, Jessica Bailiff).
L’instancabile artista belga ha già in cantiere un terzo lavoro, una collaborazione con Boduf Songs e una nuova produzione insieme alla sua più nota omologa americana: non resta dunque che aspettare con interesse le successive tappe del suo intimo percorso attraverso i recessi più profondi di una mente popolata da ricordi, sentimenti e sensazioni evanescenti.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 24 settembre 2009 da in recensioni 2009.
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