music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Run Rabbit Run

SUFJAN STEVENS/OSSO – Run Rabbit Run
(Asthmatic Kitty, 2009)

Conoscendo il personaggio e la sua instancabile creatività, desta qualche sorpresa constatare il periodo di prolungata pausa discografica di Sufjan Stevens.
È vero che un suo album ufficiale manca ormai da oltre quattro anni, ma nel frattempo non si può certo dire che il cantore del celebrato “Illinois” sia stato colpito da improvviso inaridimento creativo. Si direbbe invece che Stevens si sia preso un periodo sabbatico soltanto rispetto alla forma dell’album, cimentando invece il suo multiforme talento in molte direzioni, con il consueto spirito lieve e divertito.

Uno di questi estemporanei intermezzi, che adesso viene pubblicato ufficialmente, non consiste in altro che in un completo rimaneggiamento dello stravagante concept in salsa electro-glitch “Enjoy Your Rabbit”, secondo album di Sufjan Stevens, nonché opera rimasta del tutto eccentrica nella sua discografia.
A realizzare materialmente la rielaborazione dei brani di quell’album risalente al 2001 è il quartetto d’archi Osso – già impegnato negli arrangiamenti di “Illinois” e dell’album di My Brightest Diamond “Bring Me The Workhorse” – ma l’idea alla base di “Run Rabbit Run” vede la doppia paternità dello stesso Stevens e del suo amico e vicino di casa Bryce Dessner (The National), che, in occasione di una performance svoltasi nel 2007, commissionò al compositore e trombettista Mike Atkinson il riarrangiamento di alcuni brani di “Enjoy Your Rabbit”. Da lì si sviluppa il più ampio progetto di un’organica riproposizione di tutto l’album, affidata alla supervisione dello stesso Atkinson e comprendente, tra gli altri, contributi da parte di Nico Muhly, del violoncellista degli Osso Rob Moose (Antony & The Johnsons, Beth Orton) e del compositore russo Maxim Moston (Joan As Policewoman, Slow Six).

Ne risulta, com’è ovvio, un album che si discosta dall’originale in maniera sostanziale, mantenendone tuttavia l’impostazione interamente strumentale ma trasfigurandone i connotati: così, i glitch digitali vengono resi attraverso stridori e cigolii realizzati con gli archetti, le ritmiche sintetiche diventano semplici battiti sulla cassa del violoncello e l’intero impianto della chincaglieria sonora di “Enjoy Your Rabbit” viene tradotto dagli Osso utilizzando altri simili fantasiosi espedienti.
I brani presentano dunque tutti caratteristiche comuni, che vedono l’alternanza tra compunti momenti di melodie cameristiche e inquiete asperità, sotto forma di acuti rumorismi, che prendono il posto della giocosità elettronica dei brani originali. Nella maggior parte dei casi, sembra di assistere a composizioni completamente diverse, nelle quali il collegamento con quelle di otto anni fa si fa molto labile, al più testimoniato da certi comuni caratteri compositivi di Sufjan Stevens, come nel caso dell’aggraziata melodia di “Year Of The Dog”.

Tra leggiadria e inquietudine, scorrono i tredici brani di “Run Rabbit Run”, opera non del tutto priva di interesse ma in fin dei conti non più che un divertissement e un esercizio di stile, inteso a dimostrare la versatilità di composizioni invero nemmeno all’epoca particolarmente riuscite. Ad alcune di esse (“Year Of The Tiger”, “Year Of The Dragon”, “Year Of The Sheep” e la più impetuosa “Year Of The Boar”) il nuovo contesto sonoro conferisce grazia e respiro imprevedibili, ma troppo spesso i brani restano privi di autentici guizzi, risultando a lungo andare di una pedanteria abbastanza pretenziosa.
Del gusto della sperimentazione di Sufjan Stevens si sapeva già, così anche della sua passione per arrangiamenti orchestrali e da camera: “Run Rabbit Run” è quindi da interpretarsi soltanto come un’occasione per ricondurre alla sua sensibilità attuale brani composti in gioventù, che poco avevano a che vedere col resto della sua produzione, senza che dall’opera possano evincersi in alcun modo indicazioni per un nuovo lavoro organico, al momento non ancora all’orizzonte.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 7 ottobre 2009 da in recensioni 2009.
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