music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Ovations

PIANO MAGIC – Ovations
(Make Mine Music, 2009)

Quante band arrivate al decimo album sono oggi ancora in grado di destare curiosità circa i propri percorsi musicali?
In un contesto musicale ormai inevitabilmente dominato da picchi di interesse del tutto evanescenti e da tanti fenomeni mordi-e-fuggi, non è certo comune la pervicace scelta di non lasciarsi coinvolgere dal turbine – posta in pratica da Glen Johnson con il passaggio di tutti i suoi progetti su Make Mine Music – e tanto meno agevole ammantare ogni nuova uscita dei suoi Piano Magic di incognite circa le nuove strade intraprese da un progetto artistico durevole, che proprio nelle continue mutazioni ha uno dei tratti che lo hanno accompagnato nei dodici anni intercorsi dall’esordio “Popular Mechanics”.

Lasciatosi alle spalle la parentesi più immediata e “rock” che ha contrassegnato il precedente album “Part-Monster” e il successivo Ep “Dark Horses”, Glen Johnson stavolta ha deciso di far affiorare sulla superficie del nuovo lavoro le componenti tenebrose da sempre sottese alla sua scrittura e al mood di quasi tutti i suoi brani. A conferma dell’etichetta da lui stesso attribuitasi di “uomo che vive nel passato”, ha dunque deciso di aprire il cassetto dei ricordi musicali, dal quale ha estratto le fascinazioni più oscure, nelle diverse modalità incarnate dai Cure, dai Joy Division, dai Chameleons e da tante produzioni 4AD tra anni 80 e inizio 90.
E proprio due artisti del periodo d’oro di quell’etichetta partecipano attivamente a “Ovations”: Brendan Perry e Peter Ulrich dei Dead Can Dance. Il loro contributo e tutt’altro che casuale, in ragione non soltanto della stima reciproca che li lega a Piano Magic, ma soprattutto dell’accurata ricerca ritmica che contrassegna questo lavoro, unitamente a una vena dark mai così esplicita. È ben vero, infatti, che la voce inconfondibile di Brendan Perry si lega alla perfezione alle solenni atmosfere dei due brani da lui interpretati (“The Nightmare Goes On” e “You Never Loved This City”), ma lo spettro comunicativo che accomuna i due ex-Dead Can Dance alle nuove derive di Piano Magic si manifesta qui in particolare nell’apporto della loro capacità di scandagliare le componenti ritualistiche di numerose tradizioni popolari euro-mediterranee.

Avviene allora che la costante percussiva di “Ovations” si traduca negli arditi accostamenti tra gelide batterie elettroniche e calde strumentazioni tradizionali, quali il dulcimer, le nacchere e il darabuka turco. Tali differenti espressioni ritmiche vengono ancora una volta incardinate su atmosfere spettrali, spesso ridotte a tappeti di synth che sorreggono tutti gli altri elementi, dalla cui intersezione risulta un frenetico avvicendamento di brume avviluppanti e danze ancestrali, severe sferzate di drum machine e residue tracce dell’enfasi chitarristica di “Part-Monster”.
Come spesso capita con Piano Magic, la sintesi delle mille sfumature dell’album è racchiusa nell’unico strumentale, “La Cobardía De Los Toreros”, mentre lungo il corso di brani che descrivono tutto un susseguirsi di trasformazioni e possibili rimandi, ora interni alla biografia artistica di Glan Johnson (come le liquide sonorità vittoriane di “A Fond Farewell”, degne del suo alterego Textile Ranch), ora a mai dissimulate fonti d’ispirazione, quali il synth-pop eighties e adesso anche la tenebrosa evocatività delle invocazioni dei Dead Can Dance.

Al di là della mutevolezza delle vesti sonore, in “Ovations” permane chiaramente distinguibile l’impronta di Glen Johnson, che, anche grazie all’accorta produzione di Gareth Parton (Breeders, Go! Team) e a una band ormai consolidata nei suoi elementi, confeziona nuovamente un lavoro di livello, impreziosito da alcune autentiche gemme, intagliate dall’impetuoso ritualismo di “March Of The Atheists”, dalle ossessioni sintetiche post-industriali di “On Edge” e dall’estasi decadente di “You Never Loved This City”, completata alla perfezione da un Brendan Perry in stato di grazia.
In virtù delle premesse, è facile prevedere che le ovazioni relative a questo disco resteranno quasi esclusivamente quelle di cui al suo titolo, ma non può negarsi come da esso traspaia l’instancabile vitalità di ispirazione di un artista splendidamente incurante del contesto e fedele alla sola coerenza con il proprio percorso musicale e umano. Applausi moderati, ma doverosi.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 9 ottobre 2009 da in recensioni 2009.
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