music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Strict Joy

THE SWELL SEASON – Strict Joy
(Anti-, 2009)

“La vita imita l’arte più di quanto l’arte non imiti la vita” recita uno dei celebri aforismi di Oscar Wilde. E mai citazione poteva attagliarsi meglio all’incontro artistico e umano di Glen Hansard e Marketa Irglóva, che nel giro di un paio d’anni ha dato luogo a quella perla musicale inattesa che rispondeva al titolo di “The Swell Season” e poi alla delicata narrazione cinematografica del film “Once”. Fino all’uscita del film, interpretato e cantato dagli stessi due protagonisti, quel lavoro era rimasto a torto nell’ombra, salvo poi essere tardivamente scoperto quando la sua colonna sonora, in gran parte con esso coincidente, si era vista assegnare il premio Oscar.
Già allora, Glen e Marketa avevano iniziato una lunga serie di esibizioni dal vivo che li ha resi popolarissimi soprattutto oltreoceano e, quanto pare, avrebbe trasposto nella vita reale la storia d’amore narrata da “Once”, laddove Glen Hansard interpretava un musicista di strada irlandese e Marketa Irglóva una musicista classica venuta dall’Est (ovvero, più o meno se stessa).

Negli oltre 250 spettacoli realizzati in giro per il mondo nel biennio 2007-2008 il duo ha presentato lo scarno repertorio costituito dall’album d’esordio accanto a nuove canzoni, alcune delle quali adesso raccolte in questo nuovo lavoro che, come le loro esibizioni dal vivo, va sotto il nome di The Swell Season, mutuato da un romanzo dello scrittore ceco Josef Škvorecký e nel frattempo transitato a identificare un progetto artistico ormai non più frutto di un incontro estemporaneo ma stabilmente consolidato, almeno nel suo nucleo fondamentale.
L’accresciuto affiatamento tra i due protagonisti principali di questo lavoro e il suo essere stato in qualche misura più studiato rispetto all’esordio ne hanno caratterizzato la scrittura e la realizzazione, che ha avuto luogo in tre distinte session, ognuna delle quali ha coinvolto diversi musicisti, benché tutte sotto la supervisione di Peter Katis, già produttore di band quali Interpol e The National, contattato su segnalazione dell’amico e saltuario collaboratore di The Swell Season, Thomas Bartlett (Doveman).

Ciononostante, l’album risulta alquanto omogeneo, tanto nel suo essere ancora incentrato sulle tematiche della speranza, dell’amore e della perdita, quanto nel sostanziale abbandono dell’intenso romanticismo del lavoro precedente, in favore di un ritorno di Glen Hansard alle mai eccelse ballate indie-rock proposte negli oltre quindici anni di attività dei suoi Frames. E proprio dagli altri membri della band irlandese il duo è stato affiancato in una delle tre sessioni di registrazione dell’album, comprendente “High Horses” “The Verb” e “Two Tongues”, tutti brani dalle melodie piuttosto insipide e ben distanti dalla magia di “The Swell Season”. A un’altra session ha partecipato una serie di musicisti del tutto inedita per il duo (ad eccezione di Bartlett), che però si sono mantenuti sulla medesima falsariga di ballate che vorrebbero essere morbide e intense, ma che finiscono per risultare molli nelle loro espressioni da musical (“The Rain”) e poco credibili nei loro caratteri bluesy e in alcune interpretazioni inutilmente sopra le righe di Hansard (“Feeling The Pull”).

Accade così che tra i brani appena discreti di “Strict Joy” vi siano quelli realizzati in autonomia dal duo nella fase iniziale di lavorazione del disco e, in parte a sorpresa, quelli nei quali compare la voce sottile di Marketa, che nel disco precedente si affacciava timidamente solo nel brano conclusivo. Così, dell’album restano degni di nota soltanto i dialoghi amorosi dei suoi due protagonisti, che in “In These Arms” cantano all’unisono di un amore predestinato, e la convincente interpretazione della musicista ceca in “Fantasy Man”, che con grazia esile sembra voler definire la matrice artistico-personale alla base di questo progetto, che non sembra volersi staccare nella realtà dalla vicenda descritta in “Once”: “the story of two lovers, who danced both edges of the knife”.
Vita e arte che si intrecciano, come nelle premesse: se dunque “The Swell Season” (l’album) racchiudeva ed esprimeva al meglio l’impeto e il coinvolgimento di una passione recente, “Strict Joy” sembra piuttosto il consolidamento di un rapporto negli alti e bassi della quotidianità. E, nonostante le elevate aspettative, questo lavoro non può che essere annoverato nella seconda categoria.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2009 da in recensioni 2009.
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