music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

New Leaves

OWEN – New Leaves
(Polyvinyl, 2009)

Fedele al candore espressivo e al basso profilo che ne hanno caratterizzato questa che senza remore può considerarsi la più personale tra le sue tante esperienze artistiche, nel quinto album sotto l’alias di Owen, Mike Kinsella torna a offrire un intimo spaccato della sua scrittura semplice ma vivace, ormai consolidata nelle caratteristiche principali di melodie discrete e delicati arpeggi acustici, eppure sempre più pronte a dischiudersi a elementi eterogenei.
Lo si avverte sin dalla policromia dell’artwork e dal titolo di questo “New Leaves”, che appare appunto quale il frutto di una nuova germinazione della pianta dalle solide radici cui si potrebbe paragonare la lunga carriera di Kinsella, della quale Owen costituisce la fronda più forte e vitale.
Mentre il precedente “At Home With Owen”, pur non discostandosi sensibilmente dalle coordinate dei lavori più risalenti, aveva rappresentato il perfetto sigillo al ripiegamento dell’autore nella semplicità degli affetti umani e in quella confortevole di una disarmante sobrietà stilistica, coniugate entrambe con non comune classe compositiva e schiettezza narrativa.
Non che nei tre anni intercorsi tra quel lavoro e “New Leaves” siano intervenuti cambiamenti epocali nelle modalità espressive di Kinsella, ma certamente l’acuta sensibilità dell’artista originario dell’Illinois non può non essere stata influenzata dal matrimonio e dalla nascita del suo primogenito, che con tutta evidenza hanno condotto a ulteriore compimento un modo di fare musica già di per sé molto maturo e del tutto alieno a input diversi da quelli derivanti dai moti del suo animo.

Sia chiaro, in “New Leaves” c’è tutto l’Owen come negli anni si è imparato a conoscerlo e apprezzarlo; c’è la discrezione delle sue classiche ballate, c’è il suo cantato pacato e schietto, ci sono delicati fraseggi ed eleganti arabeschi acustici.
Vi è, tuttavia, anche qualcosa in più, o meglio di diverso dal solito, che si sostanzia da un lato in una scrittura meno lineare di canzoni dal passo pur sempre cadenzato e dall’altro in una maggiore articolazione degli arrangiamenti e delle trame strumentali. Basti considerare il reiterato utilizzo di bridge prolungati, l’affacciarsi più deciso (ma non sempre adeguato) di componenti sintetiche e il complessivo perseguimento di forme sonore più composite per brani nei quali le melodie permangono asciutte, ma tendono talvolta ad acquisire contorni sin troppo impalpabili. Prova sufficiente ne è l’intricata elaborazione di “Good Friends, Bad Habits”, la cui compunta melodia viene calata in un contesto che addensa innaturali folate di synth a una pregevole rilettura del nebbioso minimalismo armonico dei Drunk di Rick Alverson o dei misconosciuti South di Patrick Phelan.
Analoga operazione viene condotta nella successiva “A Trenchant Critique”, mentre anche altrove il ricorso a strumenti aggiuntivi lascia talvolta la sensazione di riempitivi destinati a colmare qualche vuoto compositivo o a vivacizzare brani un po’ troppo piatti (“Brown Hair In A Bird’s Nest”, “Too Scared To Move”).

Per fortuna, la classe di Kinsella riesce a contenere simili divagazioni, gestendole in modo misurato e non troppo ridondante, ma soprattutto si esprime ancora in tutta la cristallina purezza ad esempio nella singolare dichiarazione d’amore della cameristica “Amensia And Me” e nelle ariose ballate “The Only Child Of Aergia” e “Ugly On The Inside”, ove la rinnovata varietà strumentale si coniuga con un non comune spessore melodico. È in brani come questi che giungono a maturazione i frutti dell’idea sottostante a “New Leaves”, mostrando come Kinsella riesca trasfondere con successo il suo discreto songwriting non solamente in essenziali dialoghi tra voce e chitarra ma anche quando è alle prese con variopinti arrangiamenti di pianoforte, percussioni e xilofono.

Un passaggio dei testi, al solito molto personali e in prevalenza malinconici, suggella la transizione musicale e autobiografica sottesa a “New Leaves”: “it’s a young man’s game and about time I quit” canta in conclusione di “Never Been Born”, ed è come se la maggiore complessità delle storie narrate e della sua vita quotidiana dovessero tradursi fedelmente nelle sue canzoni.
Con la pacatezza che gli è propria, Owen volta lentamente pagina, restando tuttavia fedele a se stesso, in una transizione non ancora del tutto compiuta.

(pubblicato su ondarock.it)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 19 novembre 2009 da in recensioni 2009.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: