music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Klamath

MARK EITZEL – Klamath
(Decor, 2009)

Il carisma e il ricco retroterra artistico di un personaggio del calibro di Mark Eitzel sono più che sufficienti a catalizzare attenzione su ogni nuova uscita discografica a suo nome, tanto più dopo un intervallo di quattro anni dal controverso album elettronico “Candy Ass” e in parallelo con la significativa reunion dei suoi American Music Club, concretizzatasi prima in “Love Songs For Patriots” e nel più recente “The Golden Age” e in seguito dispiegatasi in giro per il mondo grazie a un’intesa attività dal vivo.

E proprio dal lungo tour condotto con la band trae in qualche misura origine questo lavoro, intitolato con il nome del fiume californiano Klamath, nei pressi del quale Eitzel si era ritirato in quasi completo isolamento, per riaversi dalle fatiche dei viaggi e delle tante esibizioni live. In quella cornice di solitaria tranquillità hanno così preso forma i brani oggi raccolti in “Klamath”, frutto dell’ispirazione al tempo stesso ruvida e raffinata del songwriter di Walnut Creek, che qui riscopre il senso più profondo e in qualche misura artigianale di una scrittura musicale ridotta all’osso, che anche a livello realizzativo lo vede affiancato soltanto dalle discrete percussioni di Dave Douglas e dalle invece più pervasive tastiere di Franz Nicolay (Hold Steady) e del fidato compagno d’avventura negli American Music Club, Marc Capelle.

Introdotti dalle inusuali increspature di frequenze del breve strumentale “Buried Treasure”, i brani di “Klamath” scorrono senza particolari sussulti, guidati dalla mano esperta di Eitzel che, accantonata la visceralità alcolica delle ultime prove full band, cimenta il suo crooning con cadenze eleganti, melodie rallentate e frequenti beat in funzione di sostegno alla chitarra e a saltuarie note di pianoforte. In qualche occasione (“There’s Someone Waiting”, “What Do You Got For Me”), si riscontra persino un eccessivo protagonismo dei dolci tappeti elettroacustici, che talvolta finiscono per depotenziare la carica espressiva di Eitzel, perfetto interprete di confessioni notturne quasi sussurrate (“I Miss You”) e ballate incentrate sui temi della distanza e dell’abbandono (“I Live In This Place”).
Anche quando i toni e le narrazioni crescono di intensità, i contorni sonori permangono sempre morbidi e atmosferici, a far da echi o semplici sottofondi a sprazzi di una tenebrosa eleganza coheniana e a una sobrietà espressiva che è piacevole ritrovare nelle carezze melodiche ricorrenti in un lavoro che, pur senza raggiungere vette d’eccellenza, restituisce compiutamente in musica il contesto e lo spirito che ne hanno presieduto la genesi.

Unica eccezione – e unico brano elettrico del lotto – è la conclusiva “Ronald Koal Was A Rock Star”, che rimanda alle ballate più classiche di Eitzel, restando tuttavia fedele allo stile vellutato e confidenziale di un lavoro, che aggiunge un ulteriore tassello alla lunga discografia di un cinquantenne che non ha ancora perso la voglia di offrire al suo pubblico istantanee da un’ispirazione come sempre filtrata da una penna acuta e da uno spirito resistente al tempo.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 24 novembre 2009 da in recensioni 2009.
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