music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Bonfires On The Heath

THE CLIENTELE – Bonfires On The Heath
(Merge, 2009)

Non poteva trovare contesto migliore di quello autunnale la pubblicazione del quinto album dei Clientele, band il cui pop uggioso è da sempre colonna sonora ideale per le atmosfere raccolte e la luce obliqua di questo periodo dell’anno.

Registrato durante lo scorso inverno a Londra e prodotto da Brian O’Shaugnessy, “Bonfires On The Heath”, pubblicato dapprima negli Stati Uniti nello scorso mese di ottobre e solo adesso lanciato sul mercato mondiale, a testimonianza della crescente popolarità oltreoceano della band inglese, è affare più raccolto e cogitabondo rispetto al suo scintillante predecessore “God Save The Clientele”, pur con improvvisi sprazzi di luce e ritmo che, di tanto in tanto, ne increspano la placida superficie.
In questo nuovo lavoro, infatti, lo spirito lieve e colorato degli ultimi tempi, pur non venendo meno, trova, forse per la prima volta, un ideale bilanciamento con il riemergere di reminiscenze stilistiche e tematiche molto prossime a quelle originarie della band.
Le dodici tracce racchiuse nell’album mantengono un approccio immediato, veicolato da sbarazzini uptempo, fulgide note di hammond e insospettabili riff elettrici, e, a colorare la scrittura, al solito essenziale e incentrata su immagini sfocate e pervase da una costante sensazione di pioggia, contribuiscono gli archi – stavolta arrangiati in maniera sobria ed elegante dalla splendida Mel Draisey – e una distante e malinconica tromba.

Nel suono dei Clientele c’è qualcosa di impalpabile, che sembra scivolare tra le dita, qualcosa che l’ascoltatore è sempre sul punto di cogliere per un attimo, subito prima che svanisca. Che si tratti di malinconia, nostalgia o dolore non è, di solito, dato di sapere e “Bonfires On The Heath”, con le sue immagini liriche ispirate al crepuscolo, all’autunno, a solitarie passeggiate nei boschi e all’alienazione suburbana, non fa eccezione né contribuirà a sciogliere il “mistero”. Benché, infatti, contenga alcuni dei brani più veloci e ritmati della band – da “I Wonder Who We Are”, arricchita da spanish guitar e tromba, a “Share the Night”, con una chitarra jazzy e una corposa linea di tromba a fare da contraltare a un ardente organo hammond e a inusuali solo di chitarra, fino alla stralunata, spiazzante e psichedelica “Sketch” – l’album continua a racchiudere tra le sue pieghe uggia, ombre, fantasmi e un dolce sapore di sconfitta in quantità industriale.
Ciò è evidente già in “Harvest Time” (scritta con Lupe Nunez-Fernandez del duo anglo-spagnolo Pipas), che, seppur dal passo piuttosto svelto, rimane avviluppata dalla nebbia e nel fumo del violino della Draisey, ma si esplicita soprattutto in brani come “Jennifer And Julia” (“When will I see you again?” canta Alasdair accompagnato da una tromba lontana), o “Tonight,” struggente e intensa cover della semisconosciuta artista svedese Evergreen Days, che accosta al cantato maschile il dolce gorgheggio della bella Mel.

Non vi sono, comunque, cesure o strappi drastici e i brani contribuiscono a costruire un quadro d’insieme altamente evocativo ed espressivo, che riesce abilmente a porsi come una sorta di compendio della lunga parabola artistica della band londinese: basterebbe prendere come esempio “Never Anyone But You”, piccolo gioiello melodico imperniato su intrecci tra chitarra elettrica e acustica, avviluppanti note d’organo e violini, ma soprattutto melodie rotonde e sfuggenti e quella trasognata malinconia che confonde sogno, ricordo e realtà, trovando nella musica imprescindibile conforto e rifugio (“There’s a phantom in my breath/ there’s a phantom in the gaps between my bones/ Standing in my kitchen/ watching the time/ I heard the choirs all night”).
Del resto, che fosse proprio questo l’intento del gruppo londinese è testimoniato in maniera inequivocabile dall’inclusione, nella parte finale dell’album, di “Graven Woods”, primissimo brano scritto e inciso negli anni dell’adolescenza, e qui reinterpretato quasi a chiusura di un ciclo.
Su tutto aleggia, come un fantasma perso nelle nebbie, la voce di Alasdair MacLean, calda e sognante, tra falsetti leggiadri e cadenze roche, che, scevra dai riverberi e dai filtri che la caratterizzavano a inizio carriera, è oramai il definitivo e distinguibile marchio di fabbrica di una band che, dal livello di culto, tassello dopo tassello, sta raggiungendo quello di “classico”.

(in collaborazione con Francesco Amoroso, pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 21 dicembre 2009 da in recensioni 2009.
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