music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

I Could Not Love You More

RAMESES III – I Could Not Love You More
(Type, 2009)

È “l’amor che move il sole e l’altre stelle” a guidare nel titolo e nell’ispirazione concettuale il nuovo lavoro del terzetto inglese ambient-folk sperimentale composto da Daniel Freeman, Spencer Grady e Stephen Lewis. A due anni di distanza dall’interlocutorio “Honey Rose”, l’enigmatica band ritorna a pubblicare su Type Records dopo le splendide incursioni “cosmiche” di “Night Of The Ankou” (realizzato in collaborazione con The North Sea), e lo fa con un’opera poliedrica e limpida come mai era avvenuto nel corso della sua articolata produzione.

Il mondo onirico dei Rameses III si dischiude infatti lungo l’ora scarsa di durata di “I Could Not Love You More”, rivelando tutti i suoi caratteri più sfumati e sognanti, diradando in parte le spesse coltri di pervasivi filtraggi elettronici per lasciare spazio a suoni rilucenti e fuori dal tempo, attraverso i quali si distinguono languidi accordi chitarristici, melodie di piano elettrico, ceselli di mellotron e persino le calde note di un banjo.

Certo, non scompaiono del tutto i drone e i brumosi paesaggi ambientali per i quali la band è rinomata, ma restano confinati quasi al ruolo di tappeto obliquo, sul quale si librano mille altri elementi, in movimento incessante e suggestivo, salvo emergere con delicata discrezione nelle ultime due composizioni dell’album, che sono anche le più lunghe e uniformi del lotto. È in questi brani che i Rameses III ripiegano su territori ambient-drone più ordinari, pur facendolo con un tono sempre lieve ed elegante, che tutto sommato ben si confà al contesto nel quale sono inseriti.

È invece la prima parte dell’album a regalare variazioni emozionanti e passaggi di ipnotica, imperturbabile levità.

Fin dall’incipit “We Shall Never Sing Of Sorrow” traspare evidente il flusso sonoro appena increspato che avvolge in melodie impalpabili, solcate da una patina d’antico e di mistero: echi e riverberi scorrono serafici, appena solcati da accordi languidi, che completano con la loro calda persistenza una psichedelica dilatata il cui effetto ipnotico è conseguito con naturalezza, in assenza di qualsiasi forzatura. Gli stessi suoni sognanti, arricchiti da una miriade di toni e field recordings, connotano anche la sontuosa densità della sinfonia elettroacustica “Cloud Kings”.

Ma è negli episodi restanti che i Rameses III osano di più, introducendo sulle liquide modulazioni di fondo spunti orchestrali densi di nostalgia e melodie acustiche immaginarie e concrete al tempo stesso. Così, l’emozionalità del limpido fingerpicking di “Across The Lake Is Where My Heart Shines” getta un ponte tra James Blackshaw e i Mountains, mentre “No Water, No Moon” accentua la deriva folk con tocchi di banjo, samples campestri e vocalizzi che potrebbero riecheggiare i Balmorhea di “All Is Wild, All Is Silent”. A completare la straordinaria policromia della tavolozza del terzetto giunge poi l’ovattato piano elettrico di “The Kindness In Letting Go”, che si fonde con levigate correnti di drone, stabilendo un contatto con le contemplazioni bucoliche dei cieli grigi tipicamente inglesi dei July Skies.

Al di là dei riferimenti possibili e dei singoli dettagli contenutistici, da “I Could Not Love You More” è dato riscontrare un’insospettabile continuità rispetto a tante diverse espressioni dell’attuale panorama elettro-acustico ambientale e la maestria dei Rameses III nel diluire, attraverso un gioco di riflessi colorati ed efficaci pennellate emozionali, il paradigma tetro e inquieto troppo spesso associato a certo drone-folk.

Non poteva che essere l’amore il motore di tale ardita e riuscitissima trasfigurazione.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 22 dicembre 2009 da in recensioni 2009.
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