music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Grapes

muffin_grapesMUFFIN – Grapes
(Multiness, 2009)

La foto di una fanciulla dai tratti orientali che imbraccia una chitarra e la curiosa scritta “love to sleep” sono lo scarnissimo biglietto da visita di questo progetto artistico, materializzatosi dal nulla nel volgere dell’ultimo anno o poco più. Muffin è lei, anzi Muffin sono una band che ruota intorno a lei, ragazza giapponese dalla voce fanciullesca e dalla grazia fragile come l’equilibrio di elementi dell’ikebana, ma altrettanto perfetto e meritevole di essere contemplato con incontaminato stupore.

L’ambito d’elezione di Muffin può sembrare inedito per quanti dall’Impero del Sol Levante sono abituati a veder provenire progetti musicali dalle forme più svariate, ma insistenti in particolare su territori elettronici, post-rock o sperimentali. I suoi punti di riferimento sono infatti autori quali Nick Drake, Syd Barrett e Sibylle Baier e la sua sensibilità si esprime al meglio attraverso una delicata impostazione a prevalenza acustica e in canzoni semplici eppure rifinite da mille elementi in caleidoscopica trasformazione.

L’origine di quella che oggi è a tutti gli effetti una band di sei elementi risale al lontano 2001, anno nel quale Muffin ha cominciato a scrivere musica e ad affinare le sue qualità di polistrumentista, che la vedono oggi dimostrare ottima confidenza con chitarra, pianoforte e organo. Le prime tracce dei Muffin sono invece ben più recenti, a decorrere dalla cassettina casalinga “Tane”, pubblicata dalla belga Sloow Tapes nel 2008, e soprattutto dall’esordio su cd, sotto forma dello splendido mini “Folklore”, licenziato a inizio 2009 dalla Reverb Worship, etichetta le cui limitatissime produzioni in ambito psych-folk sono da tenere assolutamente d’occhio.

Si perviene così finalmente a “Grapes”, primo album ufficiale, che sulla falsariga del precedente mini, presenta compiutamente la band in dieci brevi episodi che compendiano tradizione e freschezza, dolcezze melodiche e slanci psichedelici in un delicatissimo scrigno sonoro assolutamente fuori dal tempo.

In senso lato, si può parlare di folk – inteso in tutte le sue mille sfumature cameristiche, weird e persino pop – ma quello magistralmente riassunto in “Grapes” non è uno spaccato della tradizione musicale nipponica, bensì il risultato di un’accurata ricerca sonora, testimoniata da una varietà strumentale dalle origini plurime, che spazia da fiati e percussioni a banjo e bouzouki, fino all’esraj indiano. Se non fosse per le liriche in giapponese (ad eccezione della sola “We Are The Rainbow”), sarebbe difficile trovare una collocazione spaziale a questo disco, la cui incantata base acustica si presta a paragoni tra i più vari, nessuno dei quali sarebbe da solo sufficiente a descrivere l’incanto delle pennellate con le quali la band ha ammantato acquarelli dalle tinte gentili eppure vividissime. Se così, ad esempio, certe atmosfere sottilmente psichedeliche possono evocare gli Espers meno contorti, l’organo dreamy del prologo rimanda addirittura alla misteriosa ancestralità dei Mus, mentre la vocina di Muffin e il ricorrere giocoso di vocalizzi eterei e note di vibrafono potrebbe far pensare persino ai Múm dei tempi delle gemelle Valtisdottir. Allo stesso modo, con incredibile disinvoltura, si passa da reminiscenze del folk britannico anni 60-70 a citazioni della tradizione americana, dalle moderate incursioni orchestrali di “Featherman” all’intenso minimalismo di solo pianoforte di “I’m Here”.

In parallelo, anche i registri si susseguono in maniera incessante, spesso persino all’interno di uno stesso brano: è il caso della progressione armonica e della contestuale decostruzione del suono di “We Are The Rainbow”, e delle inattese segmentazioni elettriche dalle cadenze louisvilliane, che in “VU” e “17” fanno da contraltare al picking cullante e zuccherino di “Kumo” e “Kokoro”. E proprio nel fascino discreto delle continue intersezioni di piani espressivi risiede, in definitiva, l’essenza di un disco in grado di unire con disarmante semplicità l’immaginario del wyrd-folk con la grazia tutta giapponese (e femminile) di cammei melodici “da cameretta”, che a loro volta dischiudono mondi sterminati, sul filo delle suggestioni. Così, mentre la delicatezza acustica della conclusiva ninnananna “Sleeper” conferma l’attitudine sonnolenta con la quale la band si diletta a presentarsi, resta la consapevolezza di una scoperta preziosa, anni luce distante da speculazioni e pretese estetiche.

Non c’è che dire, i muffin all’uva sono davvero deliziosi…

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 27 gennaio 2010 da in recensioni 2009.
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