music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Constellations

BALMORHEA – Constellations
(Western Vinyl, 2010)

Nell’intervista rilasciata a OndaRock a ridosso della pubblicazione di “Constellations”, Michael Muller – metà fondante dei Balmorhea insieme a Rob Lowe – aveva annunciato che il nuovo disco si sarebbe distaccato abbastanza dal suo predecessore “All Is Wild, All Is Silent”: un lavoro più minimale, una sorta di ritorno al passato e dunque, presumibilmente, alla raffinata intensità cameristica che aveva caratterizzato quel gioiello atemporale di “Rivers Arms”.

Ebbene, va subito riscontrato come le aspettative suscitate dalla scarna anticipazione fornita da uno dei suoi artefici principali siano a grandi linee rispettate in questo quarto lavoro in quattro anni firmato dalla prolifica band texana, la cui formazione, come risultante dalle note di copertina del disco, si è adesso consolidata sui cinque elementi, comprendenti anche un terzetto d’archi che affianca ormai stabilmente il pianoforte, la chitarra e il banjo dei due membri originari della band.

“Constellations” risulta comunque opera ben più complessa di quanto si potrebbe immaginare, poiché nel corso dei trentotto minuti di durata – che ne fanno l’album più conciso finora realizzato dai Balmorhea – si assiste a una continua ricombinazione dei suoi elementi strumentali e stilistici, attraverso la quale la band riassume, con straordinaria perizia tecnico-emotiva, una pluralità di registri che evidenziano le ispirazioni del suo recente passato e il suo caratteristico stile presente.

Concettualmente dedicato al tema della notte, “Constellations” è un album tutt’altro che cupo, poiché la maggior parte dei suoi brani vive ancora sui due principali capisaldi di tiepide note acustiche e intense piéce pianistiche. Le prime rinnovano il legame della musica dei Balmorhea con il loro territorio d’origine, scolorando in parte la propensione al folk di “All Is Wild, All Is Silent” ma riuscendo lo stesso alla perfezione a evocare la solitaria limpidezza di una notte nel Texas più profondo; le seconde tornano invece a costituire un elemento portante del lavoro, così come in “Rivers Arms”, attestandosi ora fluide ed essenziali a puntellare gli arrangiamenti d’archi, ora ergendosi in torsioni nervose o, più spesso, in costruzioni armoniche progressive.

Non si pensi, tuttavia, che nel volgere di un anno i Balmorhea non abbiano saputo produrre di meglio che una “via di mezzo” tra i due album precedenti, poiché tutti i nove brani di “Constellations” sembrano essere il frutto di tanti piccoli esperimenti di segmentazioni e incastri nei quali la band ha concentrato tutta la propria tensione compositiva ed emozionale, finalizzandola al conseguimento di un equilibrio insuscettibile di alterazione, pur a fronte delle continue intersezioni tra binomi strumentali e trasformazioni di sfumature, molto frequenti anche all’interno di uno stesso brano.

Ne risulta un minimalismo incredibilmente sfaccettato, la cui modulazione di timbriche e cadenze percorre tutto il lavoro ridisegnandone di continuo i contorni, tanto che risulterebbe oltremodo pedante cercare di descriverne i più minuti dettagli. Basti allora scorrere alcuni dei mille incastri sui quali vive l’album: la toccante essenzialità pianistica di “To The Order Of Night” e “Winter Circle”, che traducono in realtà bucolica i compunti studi neoclassici dei Rachel’s, gli accenni jazzy del contrabbasso, gli spogli intrecci tra chitarre (o tra chitarra e banjo) che in “Bowsprit” e “Herons” delineano una costruzione melodica incrementale, in un dialogo in crescendo che non sfocia in alcun prevedibile climax, attestandosi invece su un asciutto romanticismo, incorniciato da florilegi d’archi e arpeggi protesi e ritratti in funzione para-ritmica. E ancora, la disomogeneità della title track, ricondotta a unità nella sua seconda parte dalla melodia pianistica, il dissolvimento cameristico degli archi irrequieti di “Steerage And The Lamp” e quello ad opera di un cristallino accordo di chitarra sulla spettrale circolarità del violoncello della conclusiva “Palestrina” e la persistenza d’organo che, insieme all’affacciarsi deciso della batteria di Michael Bell, dona densità e lontane cadenze post-rock ai rilanci armonici della commovente “On The Weight Of Night”.

Questi e mille altri particolari rifiniti dal cesello sapiente dei Balmorhea impreziosiscono la gemma “Constellations”, nuova prova di altissimo livello che conferma l’unicità in divenire di un’esperienza artistica ancora una volta in grado di coniugare perfezione formale e capacità comunicativa. Ben lungi dal replicare se stessi, in questa loro quarta opera, Rob Lowe e Michael Muller si sono voluti mettere in discussione, facendo un passo indietro soltanto apparente dal punto di vista dell’articolazione strumentale, ma in realtà due in avanti nell’esplorazione di soluzioni compositive incentrate su combinazioni di registri e sospensioni temporali che, insieme, rendono straordinariamente tangibili le suggestioni e la vibrante oscurità di una notte texana.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 21 febbraio 2010 da in recensioni 2010.
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