music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

Similes

ELUVIUM – Similes
(Temporary Residence, 2010)

Compito improbo per qualunque artista quello di tornare sulle scene dopo aver conseguito un perfetto equilibrio nelle proprie modalità espressive.

La difficoltà dell’impresa deve essere stata percepita in maniera più o meno consapevole da Matthew Robert Cooper che, prima di dare un seguito al magnifico “Copia” e alla sua ideale coniugazione tra suggestioni orchestrali e vaporosi paesaggi ambientali, ha lasciato trascorrere esattamente tre anni, nel corso dei quali ha circoscritto la sua abituale prolificità realizzativa alle sole “Miniatures” – per la prima volta licenziate sotto il suo nome di battesimo – e al monumentale rimaneggiamento di “Settler”, offerto ad “All Is Wild, All Is Silent Remixes” dei Balmorhea.

Cooper riprende dunque il percorso di Eluvium avendo dinanzi a sé due opzioni stilistiche, entrambe parimenti rischiose: da un lato proseguire imperterrito sul terreno già egregiamente solcato, esponendosi quindi a rilievi di monotonia espressiva, dall’altro apportare qualche cambiamento a un’impronta consolidata, avventurandosi così in ambiti con i quali ha mai mostrato particolare dimestichezza. Ebbene, in “Similes” Cooper propende decisamente per la seconda soluzione, almeno a livello formale, poiché, pur innestando nella sua musica elementi inediti, non ne smarrisce del tutto le caratteristiche di fondo.

Si tratta, a ben vedere, di un nuovo e ancor più ardito esercizio di equilibrio, stavolta in bilico su un esile crinale che su un versante presenta le risultanze ottenute in “Copia” e sull’altro vede l’introduzione, per la prima volta in tutta la produzione di Eluvium, dell’elemento ritmico e di quello vocale. Fattori di novità indubbiamente determinanti, ma non tali da indurre a liquidare “Similes” avendo riguardo ad essi soli: il cantato dimesso e non proprio sicuro di sé di Cooper rappresenta per certo presenza eclatante, accanto alla quale continuano tuttavia a scorrere carsicamente dense coltri sonore, adesso in graduale transizione verso riflessi più luminosi e tessiture elettroacustiche mai tanto brulicanti.

Nelle otto composizioni di “Similes” (tre strumentali e cinque cantate), vi è infatti una reiterata intersezione di loop ipnotici, drone impalpabili e bozzoli di canzoni il cui incedere invariabile si dischiude sovente a semplici melodie pianistiche e a una miriade di riverberi liquidi e sognanti.

In siffatto contesto, il cantato appare solo un elemento accessorio – una rifinitura, al pari dei suoni acustici e delle tenui increspature ritmiche – che si dipana sonnolento in parallelo ad altri rivoli armonici, parimenti indipendenti tra loro. Ciò traspare con chiarezza già dall’uniformità dell’iniziale “Leaves Eclipse The Light”, dissolta soltanto da poche note di piano nel finale, e soprattutto dai tre riconoscibili binari sui quali è incardinata la successiva “The Motion Makes Me Last”, nella forma di un’interpretazione più decisa, della melodia pianistica e di una dilatazione di fondo puntellata da tanti piccoli battiti e screziature.

Non mancano, tuttavia, nebbiose correnti di drone (in particolare negli strumentali “Nightmare 5” e “Bending Dream”) e significativi saggi di una luminosa ambience orchestrale, decisamente più adeguata a fondersi con il timbro vocale discreto di Cooper, in graduale accentuazione di profondità. Ed è proprio in pezzi come “Weird Creatures” e, soprattutto, “Making Up Minds” che la transizione di Cooper a una sorta di cantautorato ambientale (!) viene coronata da successo, attraverso l’acquisizione di ulteriori spunti melodici da parte delle magistrali modulazioni che continuano a tener fede al marchio riconoscibile delle produzioni di Eluvium.

Non tutto è compiuto alla perfezione, nella risacca descrittiva e fragilmente umana concentrata in “Similes”, come dimostra il respiro trattenuto di stratificazioni che invece avrebbero tutto lo spazio per librarsi lungo gli undici minuti della conclusiva “Cease To Know”. Al contrario, è proprio la maggiore concisione dimostrata per quasi tutto l’album (poco oltre quaranta minuti di durata totale) a costituire uno dei traguardi raggiunti da Cooper in questo lavoro che, seppure con modalità differenti rispetto al passato, conferma i suoi ambiziosi tentativi volti a scompaginare stili e forme espressive, lungo linee guida evanescenti e ancora una volta estremamente suggestive.

(pubblicato su ondarock.it)

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Questa voce è stata pubblicata il 23 febbraio 2010 da in recensioni 2010.
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